CENNI STORICI SULLO SVILUPPO DELLA DEMOCRAZIA

CONTENUTO

Cenni storici sullo sviluppo della democrazia.
Dall’antichità classica al secolo X d.C.
Dall’anno 1000 al Trecento.
Dal Quattrocento al Cinquecento.
Dal Seicento al Settecento.
L’Ottocento.
Il Novecento.
Il segno dell’evoluzione democratica.
Considerazioni sui sistemi politici del XX secolo.
Schede sintetiche.
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CENNI STORICI SULLO SVILUPPO DELLA DEMOCRAZIA

– La storia è la storia della democrazia, è lo sviluppo nel corso del tempo della democrazia. Altrimenti non è storia, sono racconti di potenti, di guerre, di “esseri superiori” furbi.
Democrazia etimologicamente deriva dal greco “dêmos” popolo e “krátos” potere. La democrazia di tipo rappresentativo segna un grande progresso nei confronti dei poteri assolutistici o dittatoriali, pur essendo sempre una forma incompleta o parziale di sovranità popolare.
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NOTA: Anche la parola “laico” etimologicamente deriva dal greco “laikós”, popolare, che a sua volta deriva da “laós”, popolo (di bassa condizione, praticamente la maggioranza della gente), mentre “dêmos” indica il popolo che appartiene a una certa élite. Pertanto la democrazia che dà diritto di voto a tutti i cittadini potrebbe più propriamente essere chiamata “laocrazia”.
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Valori integranti della democrazia sono i diritti, civili o umani. Anche se i due aspetti, democrazia e diritti, varie volte non avanzano di pari passo, le conquiste in un campo fanno prima o poi progredire l’altro. Vediamo sinteticamente alcune fasi salienti della loro comprensione da parte dell’umanità nell’evoluzione del pensiero e negli eventi della storia, dal VI secolo a.C. al XX d.C.

DALL’ANTICHITÀ CLASSICA AL SECOLO X d.C.

È nel VI secolo a.C. che hanno origine le prime forme storiche di democrazia sia in Grecia con Solone (640 – 560 a.C.) sia nella Roma del primo periodo repubblicano. Ivi il diritto di parola e di voto spetta a tutti i cittadini maschi delle classi non inferiori (vale a dire con un certo livello medio di reddito, anche se non tutti sono ricchi), mentre sono esclusi a priori i plebei, gli schiavi e le donne. È una grave limitazione, ma socialmente e politicamente si tratta di una forma di partecipazione assai avanzata in confronto alle monarchie dispotiche e verticistiche di quei tempi.
Questo tipo di governo in Grecia, che raggiunge con Pericle (495 – 429 a.C.) il suo apice, permette sia il fiorire dell’agricoltura e del commercio sia un mirabile sviluppo dell’arte, delle scienze matematiche e della cultura. A Roma favorisce la crescita delle capacità personali soprattutto nel campo tecnico pratico e nella conduzione della cosa pubblica.
L’ateniese Tucidite (460 – 400 a.C.), uno dei maggiori storici dell’antichità classica, esalta la democrazia come modello di costituzione.
Il suo concittadino Socrate (469 – 399 a.C.) dialoga con ogni persona, povera o ricca, per sviluppare in ciascuno la consapevolezza di sé, la conoscenza della giustizia, dell’amore, della virtù e in tal modo pervenire a una verità etica universale, che superi quella stereotipata o conformista dettata dalle istituzioni del potere. Ciò genera timori nella classe governativa, che accusa il filosofo di empietà verso gli dei, comportamento contrario alle leggi e corruzione dei giovani (perché li aiuta a ragionare con la propria testa – ndr) e lo condanna alla pena capitale. Socrate offre uno dei primi esempi di rivendicazione di diritti civili: quello della libertà di parola.

Nella Roma repubblicana viene istituita, dopo la cacciata dei re tiranni, una forma di democrazia parzialmente diretta, basata sul censo, per cui più si è ricchi, maggiori sono le possibilità di votare. Tuttavia il potere, per una fetta della popolazione, di decidere col proprio voto sulle esigenze dei cittadini stessi, fa fare comunque forti progressi, tanto che i decemviri, membri di un collegio di magistrati, oltre 500 anni prima di Cristo possono così esprimersi: “Romani! Nulla di quello che viene proposto può diventare legge senza il vostro consenso, siate voi stessi gli autori delle leggi che devono fare il vostro benessere”. Questo fa grande Roma.
La fine delle democrazie rappresentative di cui sopra è dovuta a svariati fattori: per le città greche, alla mancanza di unità democratica e politica fra loro, dato che ogni città cerca di colonizzare le altre; per Roma, al potere sempre crescente del senato, il quale, una volta accolti nel suo seno anche i rappresentanti della plebe (che con l’occasione si arricchiscono), non ha più opposizioni e avoca a sé ogni decisione sul governo della repubblica.

Nella lontana Cina il filosofo Meng Zi (371 – 289 a.C.) richiama i sovrani al dovere di garantire il benessere della gente. Il popolo ha un’importanza primaria nello Stato e solo il suo consenso dà valore al mandato ‘celeste’ dell’imperatore; quindi i sudditi hanno il diritto di rivoltarsi, proprio in nome del ‘cielo’, contro il dispotismo.

Il gladiatore Spartaco crede nel diritto di tutti gli uomini a essere liberi e di pari dignità; nel 73 a.C. dà inizio nell’Italia meridionale a una grande rivolta degli schiavi, che non vogliono più soggiacere alle disumane condizioni di vita. In 40.000 riescono a tenere testa alle forze armate romane per due anni, ma alla fine, ridotti a 6.000, cedono e vengono tutti crocefissi. Rivolte analoghe si verificano già nel secolo precedente.

La religione ebraica offre un contributo alla difesa dei più deboli e al diritto di uguaglianza, e poi il cristianesimo con il ‘magnificat’ di Maria, con il messaggio di Gesù e con l’esperienza delle prime comunità diffonde, dal punto di vista socio politico, un modello di democrazia avanzata di compartecipazione. Gesù di Nazareth è l’ideatore o l’inventore della democrazia intesa nella sua pienezza: l’uguaglianza fra tutti gli esseri umani, soprattutto degli schiavi, delle donne, dei bambini, dei poveri, degli ultimi, e il conseguente diritto civile di decidere direttamente da parte di tutti i membri della comunità al posto della “generazione” al potere, mettono paura dapprima ai capi ebraici e poi soprattutto a quelli dell’impero romano e delle religioni statali, che cercano inutilmente d’estirpare l’idea con sanguinarie persecuzioni.
Il pagano Costantino I e gli imperatori successivi, erettisi di fatto a capi decisionali sulle questioni della religione cattolica, riescono così ad affossare ogni sviluppo al riguardo. Per oltre 700 anni sia l’assolutismo spesso brutale del potere civile o clericale di Roma sia le società gerarchiche del feudalesimo bloccano ogni idea o aspirazione.
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NOTA: I feudatari sono grandi proprietari terrieri, nominati dall’imperatore, esenti da imposizioni fiscali, aventi pieno potere sia militare sia di governo sul territorio stesso e, dal IX secolo, con diritto ereditario. Esistono inoltre fondi governati direttamente dall’alta gerarchia del clero.
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Fra i pochi progressi sociali di questo periodo troviamo: la dichiarazione della domenica giorno festivo di riposo (derivato dal ‘sabato’ ebraico), l’abolizione di certi spettacoli cruenti che richiedono la morte dei gladiatori o degli attori e, nell’alto medioevo – dopo massacri di lavoratori agricoli che rivendicano un trattamento più umano – il passaggio dell’imponente numero di contadini dalla condizione di schiavitù a quella, comunque infame, di servitù della gleba. In questa condizione infatti i coloni sono giuridicamente liberi, ma sottoposti in perpetuo allo strapotere del proprietario del fondo. Essi non possono partecipare alla vita pubblica, non possono possedere nulla, non possono sposare persone che non siano servi della gleba, non possono diventare sacerdoti, devono pagare tasse gravose e umilianti al loro padrone.
Il poeta cinese Tu Fu (712 – 770 d.C.) denuncia le ingiustizie del mondo, lo sfruttamento del popolo, gli orrori della guerra ed esprime la sua fede nel valore dell’onestà e della giustizia.

DALL’ANNO 1000 AL TRECENTO

Nel corso della seconda metà del secolo XI si assiste in Europa a una ripresa della coscienza democratica con l’età dei Comuni in seguito al forte aumento degli scambi commerciali e, quindi, all’emancipazione delle classi cittadine dall’assoggettamento ai feudatari. Tale ripresa produce i suoi effetti specialmente in Germania e nell’Italia centrosettentrionale.
Il Comune è retto da magistrati, chiamati inizialmente consoli, che durano in carica per un tempo limitato: essi sono nominati dal consiglio degli anziani, che a sua volta è eletto da una parte del popolo con un certo reddito. Il diritto di emanare leggi spetta al consiglio oppure alla piccola nobiltà e all’alta borghesia. Si raggiunge un certo benessere economico, rifioriscono oltre alle attività mercantili e artigianali anche quelle culturali.
Comincia in tal modo a emergere la borghesia – in questo periodo assume il significato di cittadini liberi – cui si aggiungono poi banchieri e imprenditori, dando forma a un’influente classe socio politica che di frequente si raggruppa in associazioni (corporazioni) per difendere i propri interessi dai potenti latifondisti. Col tempo la borghesia riesce a pilotare le forme di governo, imponendo l’appartenenza a una corporazione come condizione essenziale per partecipare alla vita pubblica: essa si sostituisce di fatto alla vecchia aristocrazia, anche se con un allargamento della base politica.

In Francia nel 1098 viene fondato l’ordine dei cistercensi, i quali si diffondono in buona parte d’Europa, operando un importante rinnovamento dell’agricoltura medievale: oltre a procedere al dissodamento e alla bonifica dei terreni, essi promuovono la pratica dell’irrigazione. Inoltre, nei poderi di proprietà dei loro monasteri non vi lavorano più servi della gleba, ma ‘fratelli’ laici affrancati.
Nel 1174 Pietro Valdo, ricco mercante di Lione in Francia, vende tutti i suoi beni per distribuirli ai poveri e predica il vangelo nelle piazze assieme ai suoi seguaci, uomini e donne. Sono contrari alla violenza, alla grande ricchezza del clero, ai giuramenti, cose queste che fanno sottomettere il popolo ai capi, e sostengono l’uguaglianza di tutti i fedeli. Per tali ragioni e per il fatto che delle donne parlino in pubblico, sono dichiarati eretici dai vescovi. Migliaia di valdesi vengono bruciati vivi, ma, a differenza di altre comunità cristiane in Europa, il dispotismo della gerarchia per la prima volta non riesce ad annientarli tutti.
Nel 1198 i francesi Giovanni de Matha e Felice de Valois fondano un ordine per la liberazione degli schiavi cattolici in terra mussulmana, mediante il pagamento di un riscatto. La comunità raggiunge ben presto una larghissima diffusione. Secondo delle stime riescono a liberare, nel corso di alcuni secoli, quasi 600.000 persone.
Francesco d’Assisi (1182 – 1226) vede con occhi nuovi qualunque essere umano, amandolo al di là di tutto, della sua condizione, del carattere, del suo credo, ecc., essendo ciascuno immagine di Dio: “Egli crea l’uomo a sua immagine e somiglianza”. Stabilisce un rapporto d’amore con la natura e con gli animali, essendo anch’essi creature di Dio.
Istituzionalizzata la sua comunità dalla gerarchia cattolica, chiede, per non rinnegare il messaggio sociale del cristianesimo, di non essere nominato ‘superiore’ del suo ordine e di non far parte del clero. Cerca di dissuadere il sommo pontefice dal bandire le crociate, proponendo invece il dialogo con i mussulmani, ma ogni suo tentativo in tal senso risulta vano.

Nei secoli XI e XIII si sviluppano le prime università, organizzate prevalentemente da ordini religiosi: abbiamo dapprima Salerno come centro per lo studio della medicina, Bologna per quello del diritto, Parigi per filosofia e teologia, quindi Oxford, Vicenza, Palencia, Cambridge e via via le altre.
L’assistenza a poveri o ammalati è affidata a ordini religiosi o cavallereschi oppure a confraternite laiche, i quali realizzano anche ospizi e ospedali.
Inghilterra anno 1215: dopo lunghe lotte, il re concede ai suoi feudatari la “magna charta“. Questa stabilisce i limiti del potere regio nei confronti dei signori feudali, della gerarchia religiosa, dei comuni e istituisce un ‘consiglio comune’ del regno, composto di 25 baroni (è una specie di democrazia all’interno della casta nobiliare). Il sovrano non può più esigere imposte o aiuti militari senza il consenso del consiglio, nessuno può essere imprigionato senza il giudizio di un tribunale di suoi pari, emesso nel rispetto della legge e in base a prove certe. Viene garantito il libero esercizio del commercio, anche per gli stranieri, ed è istituito un sistema unificato di pesi e misure.
Il filosofo italiano Tommaso d’Aquino (1225 – 1274) esprime una teoria in cui si afferma, tra l’altro, che le leggi ingiuste non devono essere rispettate.
Stupefacente il pensiero di Marsilio da Padova (1275 – 1343), rettore all’università di Parigi, che ascrive al popolo l’origine di ogni potere sia civile sia ecclesiastico: le leggi devono essere approvate dalla maggioranza dei membri della comunità. Lo stesso imperatore per essere un rappresentante legittimo deve essere eletto dal popolo, che può sempre revocargli l’incarico! Marsilio propone l’elezione popolare anche per il sommo pontefice. Sostiene addirittura la separazione fra potere esecutivo e legislativo. Subito scomunicato, riesce però a fuggire; muore a Monaco di Baviera nell’oblio completo.
John Wycliff (1320 – 1384), frate inglese, predica la giustizia sociale e ritiene non legittima la proprietà privata. Sviluppa le teorie sull’indipendenza del potere politico da quello religioso, preannunciate dal conterraneo Guglielmo di Occam.

Dal secolo XIII i Comuni cittadini versano ingenti somme di denaro ai proprietari di fondi per affrancare collettivamente i servi residenti. In tal modo vengono popolate le città e indeboliti i latifondi, sicché in cento anni nell’Italia centrosettentrionale (e dopo il Trecento nell’Europa occidentale) la servitù della gleba si riduce parecchio e di fatto scompare.
Le cariche politiche del Comune frattanto, sotto la pressione delle famiglie borghesi più agiate o di ex feudatari militarmente potenti, vengono affidate svariate volte alle stesse persone. È il declino della democrazia comunale: tra il XIII e il XIV secolo sorgono le signorie, dove il potere è in mano a un unico uomo forte, il ‘signore’, che riassume in sé a tempo illimitato tutte le funzioni dei magistrati preesistenti, instaurando una dittatura di stampo militare.

DAL QUATTROCENTO AL CINQUECENTO

Durante il rinascimento, iniziato in Italia nel secolo XV e diffuso poi in tutta Europa, con la riscoperta dei valori dell’uomo laico in contrapposizione alla concezione trascendentale della teologia medievale, sono messi in evidenza i concetti di repubblica e di libertà civili, che hanno notevole influenza sullo sviluppo delle teorie costituzionali. L’invenzione della stampa consente inoltre lo scambio delle attività del pensiero e la diffusione della cultura.
Lo scienziato e artista italiano Leonardo da Vinci (1452 – 1519) porta il messaggio della grande importanza del sapere e della conoscenza, spiega che con la matematica possiamo riprodurre i segreti della natura, mentre dichiara che la guerra è una bestiale follia.
La riforma protestante offre un valido contributo, specialmente col calvinismo, alle idee democratiche e alla loro divulgazione sia in Europa sia più tardi, attraverso gli emigranti, nelle colonie inglesi d’America.
Varie comunità si danno un’organizzazione con elementi di democrazia rappresentativa: pastori, presbiteri, diaconi, maestri, sono eletti da tutti i membri; viene impartita un’istruzione per lo meno elementare a ogni cittadino affinché possa leggere, tradotte nella lingua locale, le sacre scritture.

L’ex monaco tedesco Thomas Müntzer (1467 – 1525) rifiuta ogni potere terreno e dà valore al giudizio individuale: “l’ispirazione vera” dichiara “può venire dall’illuminazione divina o dalla luce interiore” non dalle interpretazioni delle scritture date dal potere. Questo riconoscimento favorisce lo sviluppo dei futuri governi democratici.
La liberazione dai divieti ecclesiastici sul commercio e sui movimenti finanziari contribuisce alla nascita del capitalismo moderno.
Le idee della riforma influenzano, soprattutto negli Stati meridionali della Germania, le classi povere dei contadini e degli analfabeti che reclamano: l’abolizione della servitù della gleba sui feudi sia civili sia clericali, la distribuzione delle terre confiscate dai prìncipi luterani alla gerarchia cattolica, la libertà di cacciare e pescare, l’abolizione di certe tasse capestro, un giusto trattamento nei tribunali, ancora presieduti da giudici della nobiltà feudale.
Al rifiuto dei potenti di concedere tali diritti, i contadini esasperati, appoggiati da qualche riformatore fra cui Müntzer, danno inizio a una furiosa rivolta. Le classi dominanti corrono il rischio di essere rovesciate e operano per due anni (1524 – 1526) spietate repressioni nel sangue, approvate poi dallo stesso Lutero, sino alla sconfitta totale dei contadini.
Anche i membri di quelle confessioni che rifiutano la violenza, ma che si danno, come gli anabattisti, un’organizzazione di tipo egualitario e antigerarchico, non conforme quindi alle istituzioni della religione di Stato, subiscono barbare persecuzioni.
Continua dunque la tragedia dell’intolleranza religiosa e politica, che genera ovunque i suoi effetti nefasti ancora per un paio di secoli e in vari casi fino al giorno d’oggi.

Bartolomé de Las Casas (1474 – 1566), vescovo missionario spagnolo, denuncia la brutalità dei conquistatori e dei coloni bianchi verso gli indios dell’America latina, che, sfruttati come schiavi, muoiono a milioni per stremanti fatiche nelle miniere o per malattie. I soldati del ‘cattolicissimo’ re di Spagna vanno nei villaggi e sterminano gli indigeni: i bambini sono infilzati negli spiedi e bruciati sul fuoco fra le urla delle madri oppure gettati in aria e trafitti a volo dalle spade (tanto sono solo figli del demonio! – ndr). Le mani delle vittime infilate nelle aste sono mostrate agli altri villaggi per terrorizzare e farsi temere.
Lo statista inglese Thomas More (1478 – 1535), cattolico, nel suo libro ‘Utopia’ descrive il modello ideale di uno Stato fondato sul principio dell’uguaglianza economico-giuridica dei cittadini: qui la proprietà delle terre è collettiva, le istituzioni sono democratiche ed elettive, la giornata lavorativa è di sei ore, sono prassi normale l’istruzione per chiunque e la tolleranza religiosa. Nei secoli successivi molte sue idee utopistiche si realizzano.
Enrico VIII lo fa decapitare per alto tradimento, non volendo il suo ex-cancelliere riconoscere il re come capo supremo della religione.
L’avvocato francese Jean Cauvin (1509 – 1564), in italiano Calvino, enuncia che la fede nel proprio lavoro – da quello più umile al più prestigioso, nel suo miglioramento e successo, nel progresso e nel benessere economico che ne conseguono – è un elemento di fondamentale importanza per l’uomo, purché non degeneri in attaccamento: gli eletti non sono i nobili parassiti, ma chi lavora, chi produce. Il male della società è addebitabile alle strutture istituzionali e agli ordinamenti giuridici vigenti, non ai singoli. Le comunità religiose non devono essere rette dai nobili, ma autonome, controllate da un consiglio di laici e ‘federate’ fra loro. Egli applica le sue idee a Ginevra, che diviene meta di migliaia di rifugiati provenienti dall’intera Europa, centro di ricerca, di studio e di accoglienza.

Il grande pensatore italiano Giordano Bruno (1548 – 1600), recatosi nella Francia lacerata da conflitti fra ugonotti e cattolici, consiglia il re di essere il governante di tutti, protestanti e cattolici, sopra le parti. Egli gira l’intera Europa per portare le stesse idee di unità a ogni regnante e ai responsabili luterani e calvinisti. Anche le sue comprensioni scientifiche precorrono i secoli: fra l’altro intuisce che esiste un universo composto di innumerevoli corpi celesti e che l’uomo è apparso sulla terra moltissimi millenni prima dei 5000-6000 anni asseriti dalla bibbia. Fatto prigioniero dai sommi sacerdoti di Roma, è torturato per mesi quale eretico e infine condannato a morte: incatenato e con una barra di ferro irta di uncini ficcata in bocca per renderlo muto durante il tragitto, è trascinato a una piazza della città e lì è trasformato dalla barbarie gerarchica in una torcia umana.
Nel periodo in oggetto sono costruiti in Italia i primi ospedali con criteri moderni – per esempio il ‘Santo Spirito’ a Roma – intesi come luogo di cura effettiva e razionale degli infermi e dotati di adeguati accorgimenti igienico sanitari. Il portoghese Giovanni di Dio nel 1537 e l’italiano Camillo de Lellis nel 1582 fondano ciascuno un ordine religioso con lo scopo specifico di curare i malati e di assicurare loro una presenza continua in tali istituti.

DAL SEICENTO AL SETTECENTO

Da alcune comunità riformate e non istituzionalizzate dal potere, come i quaccheri in Inghilterra, sono portati avanti nel Seicento i valori dei diritti civili: la parità di rispetto per tutti i fedeli, siano uomini o donne e di qualunque posizione sociale, quindi il rifiuto di caste sacerdotali o di addetti al culto, l’abolizione della schiavitù, la solidarietà, la libertà di professare la propria fede, la separazione fra Stato e chiesa, il rigetto assoluto del ricorso alla forza seppure per legittima difesa, l’opposizione a ogni forma di giuramento e alla guerra. Anche queste comunità subiscono violente repressioni dal potere religioso e politico o sono costrette a emigrare nel nuovo mondo.
Il calvinista tedesco Johann Althusius (1557 – 1638) asserisce che si ha il diritto di ribellarsi contro chi pretende di governare in opposizione alla volontà del popolo.
Il filosofo inglese Francis Bacon (1561 – 1626) è considerato il fondatore del metodo sperimentale e della logica; la premessa indispensabile è la liberazione dai pregiudizi tradizionali e dal ritenere la speculazione aristotelica unica depositaria del conoscere. ‘Sapere è potere’: la scienza può rendere possibile all’umanità il soddisfacimento di tutte le necessità e a tal fine anche i politici devono essere esperti tecnico-scientifici. Questo è la base per la realizzazione di una pace generalizzata.
Un altro inglese, il sommo drammaturgo William Shakespeare (1564 – 1616), scrive sulla superstizione del potere gerarchico relativa all’intolleranza religiosa: “eretico non è colui che brucia nel fuoco, ma colui che accende la fiamma”. Ciò vale ovviamente anche per le analoghe superstizioni del potere che danno origine all’intolleranza etnica o razziale o culturale o di casta, di sesso, di civiltà, di classe economica, di nazionalità, di grado d’istruzione, ecc.
Il frate italiano Tommaso Campanella (1568 – 1639) osa affermare che Dio crea la terra per tutti gli esseri umani, per cui non è giusto che alcuni siano padroni di vastissime estensioni di territorio e la moltitudine invece non ne possieda nulla. Il mondo va organizzato per soddisfare le necessità della comunità e non quelle egoistiche dei singoli. È condannato all’ergastolo dal potere spagnolo come eretico e cospiratore.
L’olandese Huig Van Groot (1583 – 1645) denuncia la guerra come violazione del diritto naturale. Egli sostiene infatti l’esistenza di norme naturali, quindi razionali, anteriori a ogni norma giuridica o sociale istituita dallo Stato.

Nei secoli XVII e XVIII si accendono lotte rivoluzionarie contro i regimi assolutistici, le quali riescono qualche volta a dar vita a governi repubblicani. Questi governi, spesso dispotici anch’essi, portano comunque il seme per l’evoluzione dei princìpi democratici.
In Inghilterra Oliver Cromwell nel 1649 depone e fa giustiziare il re, proclamando la repubblica. Viene sciolta la camera dei lord e i ministri sono eletti dal parlamento.
Il filosofo John Locke (1632 – 1704) è il teorico del liberalismo: il popolo è sovrano, non lo Stato. Se questo usurpa la sovranità popolare, i cittadini hanno il diritto di deporre, anche con la forza, i governanti. Si rende necessaria la divisione dei poteri in legislativo, esecutivo e giudiziario, la separazione tra chiesa e Stato e la libertà per ognuno di professare la propria convinzione religiosa.
Nel 1689, sempre in Inghilterra, il parlamento fa firmare al re Guglielmo III d’Orange – la monarchia è restaurata dopo la morte di Cromwell – sia la ‘dichiarazione dei diritti‘ (bill of rights), dove viene sancita la norma costituzionale che la sovranità è nella nazione e nei suoi rappresentanti e anche il re è sottoposto alle leggi dello Stato, sia l’’atto di tolleranza‘, con cui è posta fine a ogni persecuzione contro le comunità protestanti non in linea con la religione di Stato. Tali atti costituiscono i modelli precorritori dei regimi costituzionali moderni.
Nella prima metà del Settecento l’organizzazione economica è liberata dai legami corporativistici, permettendo il decollo delle imprese produttive o commerciali.

Nel frattempo in Francia e poi in Europa si sviluppa l’illuminismo, un movimento culturale contraddistinto dalla convinzione che la ragione umana possa risolvere i problemi socio politici, senza dover ricorrere alla teologia o ai grandi filosofi dell’antichità. Come Isaac Newton scopre il segreto di alcune leggi dell’universo – prima ritenute soprannaturali – così si possono scoprire le leggi che regolano la società e la natura.
Gli illuministi sottopongono a revisione fortemente critica le istituzioni tradizionali come: l’assolutismo monarchico, il feudalesimo, i sistemi economici, giuridici e scolastici, la censura, la schiavitù, la ricchezza e il potere della gerarchia religiosa e l’avversione di questa, con le sue orrende torce umane, alla libera espressione della ragione. Essi danno gran diffusione alle loro idee in special modo attraverso la pubblicazione, dal 1751 al 1772, della monumentale enciclopedia curata da Denis Diderot, Jean-Baptiste d’Alembert, Voltaire e altri scrittori francesi.
È famoso il detto di Voltaire sulla democrazia: “io non sono d’accordo su quanto dici, ma sono pronto a dare la vita purché tu lo possa dire”.
Uno dei primi esponenti del movimento, Charles de Montesquieu (1689 – 1755), critica le istituzioni politiche del suo tempo: il dispotismo ha come movente la paura, il governo repubblicano ha come movente la virtù. Anch’egli sostiene che, per garantire la libertà, i tre poteri principali dello Stato: legislativo, esecutivo e giudiziario, debbano essere separati.

Lo svizzero Jean-Jacques Rousseau (1712 – 1778), scrivendo il ‘contratto sociale’, espone un manifesto della democrazia diretta: è un fervente fautore delle libertà civili e si scaglia contro il cosiddetto ‘diritto divino’ – in realtà la volontà dei potenti – asserendo la supremazia della volontà di tutto il popolo. “La sovranità non può essere rappresentata, per la stessa ragione per cui non può essere alienata; essa consiste essenzialmente nella volontà generale, e la volontà non si rappresenta: o è quella stessa, o è un’altra; non c’è via di mezzo”.
Anche le sue teorie riguardo alla pedagogia hanno una profonda influenza nei decenni successivi.
Nel 1764 l’italiano Cesare Beccaria con la pubblicazione ‘dei delitti e delle pene’ mostra l’inutilità della pena di morte e della tortura e, sottolineando la possibilità di errore giudiziario, ne propone l’abolizione. Il libro, tradotto in tutta Europa, ottiene ben presto un largo consenso. Il Granducato di Toscana è il primo nel mondo a decretare l’abolizione della pena di morte nel 1786.

L’inglese Thomas Paine (1737 – 1809), trasferitosi in America, dichiara che le colonie d’oltre Atlantico devono staccarsi dalla madrepatria e darsi una forma di governo repubblicano. Si batte in difesa dei diritti delle donne, condanna la schiavitù, è favorevole a tassare con aliquote più elevate i percettori di redditi maggiori.
La presa di coscienza da parte dei coloni americani della gravità di non poter avere propri rappresentanti al parlamento di Londra e il malcontento per l’oppressivo sistema fiscale imposto dai governanti inglesi, sfociano alla fine nella ribellione aperta. È la guerra d’indipendenza, che si svolge dal 1775 al 1781.
Thomas Jefferson (1743 – 1826), governatore della Virginia negli anni del conflitto, dà un forte impulso all’istruzione, alla libertà di culto e alla proprietà privata, liberandola da interferenze statali.
Jefferson, Paine, Benjamin Franklin e altri procedono nel 1776 alla stesura della ‘dichiarazione d’indipendenza‘ degli Stati Uniti d’America, in cui testualmente viene affermato: “… tutti gli esseri umani sono creati uguali, dotati dal Creatore di diritti inalienabili, tra cui la vita, la libertà e il conseguimento della felicità. Per assicurare tali diritti sono istituiti fra gli esseri umani dei governi, che ottengono i loro poteri dal consenso di coloro che sono governati; ogni volta che una forma di governo porta al dissolvimento di dette finalità, il popolo ha diritto di cambiarla o di abolirla”.
Undici anni dopo è redatta la costituzione che prevede un governo federale per la gestione degli affari comuni: guerra e pace, forze militari, trattati di commercio, politica monetaria, imposte federali, sviluppo delle grandi vie di comunicazione, servizio postale, intervento, in predefiniti casi di abuso, sui singoli Stati; a questi è lasciata la gestione degli affari interni. Il presidente degli USA e i governatori sono eletti mediante votazione. Il congresso (l’assemblea parlamentare) è costituito da una camera dei rappresentanti, eletta con voto proporzionale su scala nazionale, e da un senato, composto di due senatori per ogni Stato, eletti col maggioritario. Il modello statunitense costituisce un valido riferimento per lo sviluppo della democrazia rappresentativa.
Un quadro opposto presenta l’America latina, ove economia feudale e gerarchie politiche centralizzatrici soffocano qualsiasi tentativo di progresso.

In Europa la classe borghese acquista sempre più potere economico grazie ai capitali accumulati col commercio internazionale, con la proprietà di banche e di imprese di produzione e cerca di scalzare le monarchie assolutistiche: scoppia nel 1789 la rivoluzione francese le cui aspirazioni teoriche sono libertà, uguaglianza, fraternità.
Alcuni mesi dopo vengono proclamati nella ‘dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino‘ quali diritti inalienabili: la possibilità di votare le leggi da parte di tutti attraverso i loro rappresentanti, l’uguaglianza di ognuno di fronte alla legge, la difesa della proprietà privata dalla prepotenza dei potenti, l’equità dello stato fiscale, la libertà di pensiero, di parola, di stampa e di confessione religiosa, la tutela da arresti e condanne arbitrari. Viene negato il ‘diritto divino’ della monarchia, che sta alla base dell’assolutismo; è proclamata la distinzione tra la condizione di ‘cittadino’ e quella di ‘persona’.
A seguito delle insurrezioni popolari e dei sollevamenti dei contadini, la borghesia, per tenere sotto controllo la situazione, istituisce rapidamente in ogni provincia dei governi provvisori e una milizia, denominata guardia nazionale.
Georges Jacques Danton propone il suffragio universale maschile, ma non riesce nel suo intento e viene subito fatto ghigliottinare con false accuse.
Dopo le vicissitudini del ‘terrore’, la classe borghese (proprietari, finanzieri, imprenditori, fornitori militari, generali, speculatori) riprende le redini del potere e sfrutta le energie del popolo, dirottandole nelle campagne militari contro gli Stati conservatori.
Nel 1796 il tradimento di un compagno fa fallire la cosiddetta ‘congiura degli uguali’ diretta a rovesciare il direttorio, organizzata da François-Noël Babeuf, un precursore del comunismo, che vuole la proprietà comune delle terre e della ricchezza e un’uguale retribuzione del lavoro. Babeuf è condannato alla pena di morte.
In ogni modo la rivoluzione francese porta all’abolizione della monarchia assoluta e dei privilegi feudali; i latifondi sono ripartiti tra un gran numero di piccoli proprietari terrieri, viene eliminata la ‘decima’ ecclesiastica, è instaurato un nuovo sistema scolastico e universitario, laico e centralizzato, mentre alle cattedre tutti possono accedere previo concorso. Sono aboliti l’incarceramento per debiti, il diritto d’eredità della terra al solo primogenito e, formalmente, la servitù della gleba. È istituita la Banca di Francia, viene introdotto il sistema metrico decimale e sono accolti nel codice napoleonico molti principi della ‘dichiarazione dei diritti’. Il diritto di voto è limitato però alla sola borghesia e ai ceti più elevati in base alla proprietà.

Venendo a mancare l’appoggio del braccio secolare, cessano gli orrori delle torture e della mattanza di migliaia (o milioni) di cristiani e donne inermi, praticate per secoli dalla gerarchia clericale con l’accusa contro di loro di essere creature del diavolo, cioè eretici o streghe.
Durante la rivoluzione sorgono i primi circoli del movimento femminile, che richiede la parità di diritti tra i due sessi. In tali circoli hanno vasta diffusione gli scritti della francese Olympia de Gourges ‘dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina’ e dell’inglese Mary Wollstonecraft ‘rivendicazione dei diritti delle donne’. Il codice napoleonico prima e la restaurazione poi arrestano sul nascere il processo di emancipazione.
Nel Settecento sono votate le prime leggi riguardanti l’abolizione della schiavitù: dal Rhode Island nel 1772 seguito da tutta la Nuova Inghilterra in America, dalla Francia rivoluzionaria (dove però Napoleone la reintroduce) e Haiti, nel 1792 dalla Danimarca.

In Inghilterra comincia nel 1780 la cosiddetta rivoluzione industriale, dovuta all’introduzione su ampia scala delle macchine nel ciclo produttivo. Tale fatto determina il sorgere della fabbrica capitalistica, dove è concentrata una moltitudine di lavoratori salariati. La produzione industriale viene più tardi favorita dallo sviluppo delle ferrovie e dall’adozione della ‘catena di montaggio’.
La grande disponibilità di mano d’opera rispetto alla domanda e la mancanza di ogni protezione legale o assistenza sociale, permette ai proprietari uno sfruttamento bestiale: paghe al limite della sopravvivenza, giornata lavorativa fino a 15 o 16 ore, ambienti degradati e spesso dannosi alla salute, largo impiego di donne e bambini con salari irrisori, disoccupazione sicura nei momenti di sovrapproduzione o di malattia dell’operaio.
Prendono forma in conseguenza le prime associazioni a carattere sindacale, soprattutto a opera dei lavoratori specializzati, che cercano di limitare il potere dei padroni e ottenere migliori retribuzioni, usando anche l’arma del luddismo, ossia del danneggiare i macchinari delle fabbriche. I datori di lavoro e i governanti temono questi gruppi e li reprimono con ogni mezzo considerandoli non legali o eversivi, tanto che nei primi lustri del secolo successivo riescono a smantellarli tutti.

L’OTTOCENTO

Agli albori dell’Ottocento nasce il socialismo, movimento socio politico che si contrappone al sistema capitalistico, giudicandolo del tutto negativo sia per lo sfruttamento sfrenato degli operai, che rende i ricchi sempre più ricchi, sia perché non sa regolare il flusso produttivo né quindi impiegare nel migliore dei modi le risorse umane che restano inutilizzate – pertanto sprecate – nei periodi di disoccupazione sia infine perché la produzione è rivolta più ai beni di lusso che a quelli di prima necessità. La meta finale del socialismo è pervenire a una società in cui non vi siano più classi.
In concomitanza si sviluppa l’anarchismo che mira a liberare l’uomo, eventualmente con l’insurrezione, da ogni potere politico, religioso, economico, mediante la soppressione di organizzazioni come lo Stato, la chiesa, il capitalismo, allo scopo di generare una società basata sullo sviluppo di individui e di gruppi liberi e uguali, ispirata da un ordine ‘naturale’ spontaneo. La vittoria delle correnti marxiste determina verso la fine dell’Ottocento la crisi del movimento.
Nel 1822 un gruppo di filantropi statunitensi fonda in Africa una colonia di schiavi liberati che prende il nome di Liberia. Lungo il corso del secolo è bandita la schiavitù in tutti i paesi americani ed europei; quasi tutti gli Stati sudamericani danno la libertà ai loro schiavi al momento della costituzione in repubblica.
In Gran Bretagna nel 1824 è compiuto un grande passo in avanti, nel campo sociale e dei diritti civili, con una legge che abolisce il divieto di sciopero e d’associazione operaia. Hanno origine nuove forme sindacali, che inizialmente limitano la loro attività alle questioni salariali e dell’orario di lavoro.

Ancora nell’isola britannica sorge nel 1838 il cartismo, un altro movimento di riforma politica, che con la ‘carta del popolo’ di William Lowett e Francis Place, presentata al parlamento dall’associazione dei lavoratori di Londra, rivendica i seguenti punti: diritto di voto per tutti i maschi maggiorenni, una rappresentanza dei lavoratori fra i membri del parlamento, elezione annuale dei membri stessi, retribuzione dei deputati, voto segreto, suddivisione del territorio in circoscrizioni elettorali di estensione equivalente. Le proposte vengono bocciate.
Passato un decennio di petizioni, tentativi di sciopero, incarceramenti, manifestazioni, scontri colle forze dell’ordine, che non portano ai risultati desiderati, il movimento perde progressivamente consistenza e si scioglie. Tuttavia le richieste cartiste sono trasformate in legge non molto tempo dopo dal parlamento britannico, eccezion fatta per l’elezione annuale.
A seguito della caduta del cartismo i sindacati ricevono un maggiore impulso dai movimenti socio politici, quali il socialismo e l’anarchismo. Rivendicano migliori condizioni per i lavoratori e utilizzano, di fronte all’opposizione dei padroni, l’arma dello sciopero e altre forme di agitazione. Inizia in Gran Bretagna la contrattazione collettiva che diventa uno strumento cruciale nelle rivendicazioni sindacali, giacché estende le decisioni scaturite dalle trattative a tutte le forze lavorative.
Il politico italiano Giuseppe Mazzini (1805 – 1872), persegue l’ideale repubblicano democratico e dichiara che “la voce del popolo è la voce di Dio!”.
John Stuart Mill (1806 – 1873), economista liberale inglese, difende i diritti delle minoranze dissenzienti, l’emancipazione femminile, la richiesta di libertà individuale di pensiero e di azione, il governo di tipo rappresentativo.
In Europa entro la prima metà del secolo, dopo moti e insurrezioni, pilotati spesso dalla borghesia, alcuni Stati devono concedere una costituzione liberale: tra questi la Francia, il Belgio, il Piemonte, la Danimarca. In seguito quasi tutte le monarchie devono adottare una costituzione che contempla una qualche forma di democrazia di censo o rappresentativa.

In generale il liberalismo, proprio mentre si affermano in economia le dottrine del libero scambio, perde man mano il favore delle masse e dei ceti meno abbienti, cedendo il ruolo di forza progressista al neo movimento socialista. I liberali difatti assumono aspetti sempre più conservatori non accettando il suffragio universale e certe forme dello Stato moderno; difendono la libera concorrenza contrastando l’ingerenza dello Stato nella gestione della proprietà privata e nella definizione dell’orario di lavoro, mentre sono indifferenti od ostili nei confronti della classe operaia e dei più poveri o indifesi.
Lo storico e politico francese Charles de Tocqueville (1805 – 1859) sostiene che il futuro delle società avanzate sono la democrazia e il federalismo; i regimi di derivazione rivoluzionaria non si diversificano granché dalle monarchie assolute se mantengono l’accentramento del potere e la discriminazione delle minoranze. Un governo dominante e leggi ingiuste, sia pure votate da una maggioranza parlamentare, sono la negazione della democrazia.

Dopo tante manifestazioni, lotte e sofferenze i popoli di Danimarca (1849) e Francia (1852) sono i primi a conquistare, con l’appoggio dei socialisti soprattutto, dei sindacati, di comunità protestanti e anche di gruppi cattolici progressisti, il suffragio universale maschile, ossia il diritto al voto di tutti i maschi maggiorenni per l’elezione dei rappresentanti, eliminando il vecchio privilegio per cui il voto spetta soltanto a chi ha un alto reddito (censo).
Il suffragio universale, già insito nelle prime comunità cristiane del I-III secolo d.C., subisce l’affossamento per opera di Costantino e successori: ci vogliono ben 1800 anni per riottenerlo nella società civile. È un enorme passo in avanti della democrazia, è una svolta: adesso possono essere eletti al parlamento anche persone che promuovono i diritti civili, umani e sociali della popolazione e dei lavoratori per sollevarli dalle infami condizioni di sfruttamento.
È importante notare che senza il suffragio universale il popolo potrebbe conseguire solo pochi miglioramenti su questioni particolari come ore di lavoro, salari e qualcos’altro, ma non potrebbe rimuovere gli ostacoli di fondo alla realizzazione di un benessere più o meno generalizzato; ancora oggi in Europa starebbero a lottare per sollevare la popolazione dalle secolari condizioni di sfruttamento né vi sarebbe, di conseguenza, la forte crescita economica.

Il diritto di voto alle donne invece non si riesce a farlo riconoscere da alcuno Stato. Nel 1848 Elisabeth Stanton lo rivendica alla convenzione USA. Nel 1865, sotto la spinta di J. S. Mill, prendono forma le prime organizzazioni femminili suffragiste, cui seguono svariate battaglie e contestazioni con esito negativo. A fine secolo gli unici popoli che conquistano il suffragio universale femminile sono quelli della Nuova Zelanda (1893), dell’Australia meridionale e di alcuni States americani.
In Russia verso la metà dell’Ottocento sorge un movimento di intellettuali, il populismo, che esercita una vasta influenza sui giovani. La grande massa dei contadini è vista come la forza che può abbattere l’assolutismo zarista e realizzare un sistema di tipo comunista. L’elemento fondamentale della nuova società deve essere la comunità di base contadina, impostata sul concetto di proprietà esclusivamente collettiva e contraria al predominio industriale. L’affermarsi del marxismo sul finire del secolo mette in crisi, come l’anarchismo, anche il populismo.

Seguiamo allora gli sviluppi del socialismo. Nel 1848 i tedeschi Karl Marx (1818 – 1883) e Friedrich Engels (1850 – 1895) pubblicano il ‘manifesto del partito comunista’, un appello ai proletari di tutto il mondo a unirsi fra loro per abbattere il sistema di potere vigente. In questa lotta, essi dichiarano, i lavoratori non hanno altro da perdere che le loro catene.
Marx critica, ritenendoli utopistici, sia il socialismo inteso come ideale a cui conformarsi sia l’anarchismo col suo ribellismo infruttuoso e il suo ordine ‘spontaneo’. Egli espone la teoria del materialismo storico: la struttura socio politica di ogni epoca è conseguenza del sistema economico predominante. Il passaggio da un’epoca all’altra avviene quando la forza lavoro e i mezzi di produzione esauriscono le proprie possibilità di sviluppo all’interno del sistema esistente.
La lotta di classe è generata dalla contrapposizione fra la classe borghese, padrona dei mezzi di produzione, e quella operaia, allorché questa prende coscienza di essere sfruttata. Tale lotta porta alla trasformazione anche politica della società: col tempo, sostiene Marx, le contraddizioni interne al capitalismo provocano una rivoluzione del proletariato che, forte del proprio numero, elimina la proprietà privata e le strutture capitalistiche, instaurando una democrazia operaia in una società senza classi.
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I beni di produzione devono appartenere al bene comune, proclama Marx, e le decisioni spettano a tutto il popolo
(purtroppo quest’ultima affermazione non è stata presa pienamente in considerazione dalle rivoluzioni del ‘900)
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Viene dato alle stampe nel 1867 il primo volume de ‘Il capitale’, in cui Karl Marx espone la teoria del ‘plusvalore‘. Il valore del lavoro umano è incorporato nel prodotto finale durante tutto il processo di produzione. I lavoratori producono molto più di quanto è necessario alla loro permanenza in vita, ma il padrone li paga non per il valore di tutto il lavoro svolto, ma solo per quanto basta alla loro sopravvivenza. Il capitalista tiene per sé la differenza sul ricavato della vendita della merce, il plusvalore (= profitto); il conseguente accumulo di capitale rappresenta la forma più avanzata di sfruttamento degli operai e costituisce il presupposto per abbattere il capitalismo.
In vari Stati sono fondati partiti socialisti a livello nazionale, d’ispirazione marxista o socialdemocratica, che aderiscono all’internazionale socialista. Una strada diversa percorre il socialismo inglese: nel 1883 viene fondata da Edward Pease l’associazione ‘fabian society‘, che sostiene un riformismo graduale e richiede pari salario per uomini e donne, giornata lavorativa di otto ore, impiego giovanile entro limiti prestabiliti. Nei primi anni del secolo successivo dà vita, assieme ad altri gruppi socialisti e sindacali, al partito laburista.
Nel 1871 i parigini instaurano la cosiddetta ‘comune di Parigi‘, una forma di governo basata sul suffragio universale e sulla gestione operaia dell’economia. La ‘comune’ vota la collettivizzazione delle fabbriche, misure a favore dei lavoratori (la giornata lavorativa è ridotta a 10 ore), l’abolizione della leva obbligatoria, la separazione fra Stato e chiesa. Da Versailles il governo nazionale vede in tutto ciò una grave minaccia per l’ordine borghese e comanda una spietata repressione nel sangue: i parigini riescono a opporre una strenua resistenza per circa due mesi, ma alla fine, combattendo strada per strada, sono costretti alla capitolazione. Tutti i rappresentanti superstiti vengono fucilati. Marx ritiene la ‘comune’, pur nella sua breve durata, la prima forma storica di autogoverno proletario e popolare.

In Svizzera nel 1848 è promulgata una nuova costituzione federalista, che, perfezionata nel 1874 e 1891, fa fare passi da gigante alla democrazia: oltre al suffragio universale sancisce la sovranità del popolo, il quale può decidere direttamente su tutte le leggi, che in tal modo diventano subito esecutive, siano esse costituzionali, federali, cantonali o comunali.
Se delle nuove leggi pur necessarie non sono varate dall’assemblea federale, il popolo di propria iniziativa, raccogliendo un prestabilito numero di firme, le può proporre e votare, con effetto esecutivo immediato. Le leggi nuove più importanti, come quelle costituzionali, e i trattati internazionali, pur varati dall’assemblea, sono obbligatoriamente sottoposti all’approvazione del popolo, senza ricorrere a raccolta di firme.
È la conquista dei diritti fondamentali in una democrazia avanzata: il referendum deliberativo e l’iniziativa popolare (il popolo in Italia è privato, ancora nel 2016, di questi due grandi diritti civili!).
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NOTA: Possono aversi, nei paesi democratici, vari tipi di referendum: il più importante è quello deliberativo (o costitutivo), allorché il parere espresso dai cittadini mediante il voto è parte essenziale del processo d’approvazione di una legge o ne costituisce l’unico atto decisionale. Vi è poi l’iniziativa popolare (o referendum propositivo) che permette di votare su leggi che il governo o il parlamento non sono intenzionati a emanare. In Italia esiste il referendum abrogativo, con cui il parere manifestato dalla maggioranza dei votanti porta all’eliminazione di una legge o di una sua parte, e il referendum consultivo, con cui l’opinione palesata dalla maggioranza dei voti non costituisce vincolo obbligatorio.
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In ogni caso le leggi riguardanti l’intera confederazione elvetica e sottoposte a referendum popolare, per essere approvate, devono conseguire una duplice maggioranza: quella dei votanti e quella dei cantoni. Il voto spetta a tutti i maschi maggiorenni (le donne lo conquistano solo un secolo dopo). Chiunque può essere eletto rappresentante, purché sia cittadino svizzero.
L’autorità suprema legislativa, sotto riserva dei diritti del popolo e dei cantoni, è esercitata dall’assemblea federale, che dura in carica quattro anni, come negli Stati Uniti. Essa consta di due consigli eletti da tutti i cittadini: uno col voto proporzionale, l’altro composto di un uguale numero di rappresentanti per ogni cantone. I presidenti e vicepresidenti dei due consigli non possono esercitare tali funzioni per due sessioni consecutive.
Il governo o consiglio federale, è composto di sette membri – assegnatari dei ministeri – ciascuno di cantoni diversi e appartenenti a tutti i principali partiti politici risultanti dalle votazioni popolari (è considerata la formula magica). Fra i sette vengono eletti dall’assemblea federale il presidente del consiglio, che è anche il presidente della confederazione, e il vicepresidente. Questi due durano in carica un anno, devono rinunciare a tutte le loro eventuali precedenti cariche pubbliche e private, anche alle loro eventuali medaglie, e dopo un anno non possono essere rieletti.
Ogni cantone ha, per le competenze non delegate agli organismi federali, un proprio governo e un’assemblea legislativa, in certi casi composta, quest’ultima, di tutti i cittadini. Gli oltre 3000 comuni godono anch’essi di ampia autonomia. La Federazione non può avere truppe permanenti, solo i cantoni possono mantenere, ciascuno, 300 militari di professione.
La costituzione svizzera è una conquista democratica di eccezionale portata: per la prima volta tutti, senza discriminazioni, possono votare qualunque legge anche costituzionale. Da quel momento, sono 150 anni, sul territorio elvetico non v’è più ragione ovviamente di guerre, ingiustizie, indigenza o degrado ecologico: il potere politico è ridotto al minimo, l’autorità del popolo è portata ai massimi storici.
Questo fa sì che i governanti degli altri Stati snobbino la democrazia elvetica per non perdere il loro potere. Anche le organizzazioni politiche, sia socialiste sia liberali sia altre, pur con visioni sociali o economiche valide, tendono a ignorare le conquiste democratiche svizzere, volendo i loro rappresentanti portare avanti e attuare solo le idee del proprio gruppo.

Nel 1864 il filantropo svizzero Jean-Henri Dunant, profondamente colpito dalle sofferenze delle vittime della guerra in Italia, fonda a Ginevra la ‘croce rossa internazionale’, allo scopo di assistere i feriti e gli ammalati in tempo sia di conflitto sia di pace. L’anno successivo è firmata da sedici Stati la prima convenzione di Ginevra, in cui sono enunciati i principi sull’obbligo dell’assistenza ai feriti in combattimento e sulla protezione degli ospedali e dei medici. La croce rossa opera anche in favore dei prigionieri di guerra, in attività umanitarie, sociali e di soccorso.
In Germania nel 1883 il cancelliere Bismark concede, per ragioni meramente opportunistiche, la prima forma di previdenza sociale garantita dallo Stato, facendo approvare leggi a favore della pensione e dell’assicurazione obbligatoria contro le malattie e gli infortuni per i lavoratori, però proibisce con leggi eccezionali ogni forma di associazione operaia.
Nell’attesa che una crisi economica di vasta portata apra la strada a una società marxista (programma massimo), i socialisti europei decidono di lottare anche per un programma minimo di riforme intermedie. Nel 1891 al congresso di Erfurt del partito socialdemocratico tedesco, Karl Kautsky e Eduard Bernstein richiedono la parità di diritti fra uomini e donne, il suffragio universale, le otto ore lavorative, un salario minimo garantito, l’assistenza medica, il riconoscimento legale dei sindacati.
Sempre nel 1891, dopo secoli di condanne per i lavoratori che rivendicano condizioni di vita più giuste, il sommo pontefice Leone XIII emana l’enciclica ‘rerum novarum‘, in cui riconosce la necessità di sostenere i diritti dei proletari e richiede l’intervento dello Stato per alleviare la drammatica situazione sociale di questi. Rigetta però le teorie socialiste e difende la proprietà privata, ritenendola un diritto naturale.

IL NOVECENTO

Agli inizi del Novecento negli Stati Uniti prende piede, incidendo sui due maggiori partiti politici, un movimento progressista che riesce a fare realizzare un pacchetto di riforme sociali sia a favore del diritto di sciopero e dell’ambiente sia contro il potere dei grandi monopoli, soprattutto di quello ferroviario, sia contro la corruzione, in particolare le frodi alimentari e medicinali, e contro lo sfruttamento dei lavoratori. Fa poi portare modifiche alla costituzione. La vittoria contro i grandi monopoli e la libertà d’iniziativa permettono agli USA un formidabile sviluppo economico nel corso del secolo.
In Gran Bretagna Emmeline Punkhurst fonda nel 1903 l’ ‘unione sociale e politica delle donne’ (WSPU) e organizza per anni, tra mille difficoltà, una serie di manifestazioni pubbliche di suffragiste, che suscitano grande scalpore fino a ottenere il diritto al voto delle donne, solo però di quelle sposate ultratrentenni. In ogni modo i primi Stati che riconoscono nel ‘900 il suffragio universale femminile sono: Australia (1902), Finlandia (1906), Norvegia (1913), Danimarca (1915), Paesi Bassi e Russia (1917), Svezia e Austria (1918).
Benedetto XV è il primo sommo pontefice che condanna la guerra in sé, definendo il conflitto mondiale del 1914 un’inutile strage, la più fosca tragedia dell’odio umano e dell’umana demenza, che disonora l’Europa. Egli diversifica l’amor di patria dal nazionalismo e propone inoltre di sostituire gli eserciti con un istituto di arbitraggio. Alla fine della guerra chiede, inascoltato, di condonare, di non infierire sui vinti per non suscitare reazioni nefaste.

Il russo Nicolaj Lenin (1870 – 1924), laureatosi in giurisprudenza, esercita la professione di avvocato a favore delle persone povere. Egli ritiene che l’imperialismo sia la fase suprema del capitalismo e considera il ‘capitale’ di Marx l’opera fondamentale per la rivoluzione socialista. Nel 1902 traccia le linee della sua strategia, proponendo la formazione di un partito centralizzatore, guidato esclusivamente da rivoluzionari professionisti, rigidamente organizzato e disciplinato, in modo da essere in grado di abbattere il potere dello zar e superare nel contempo la condizione di dipendenza dalla borghesia liberale. Solamente così il partito, ‘alleato’ del popolo, può portare alla vittoria definitiva il proletariato.
Queste tesi generano duri contrasti all’interno del partito socialdemocratico russo, fino a provocare la spaccatura completa tra il gruppo del ‘bolscevismo’ (= maggioranza), marxista leninista, e quello del ‘menscevismo’ (= minoranza), socialista riformista.
Lenin condanna la prima guerra mondiale, considerandola frutto dello scontro fra gli interessi economico politici insiti nel capitalismo e intuendo che i proletari combattono gli uni contro gli altri a tutto vantaggio del potere borghese. Egli vuole che i socialisti convertano il conflitto imperialista in guerra di rivoluzione, al fine di distruggere il sistema capitalistico e dare luogo a una vera pace durevole.
Il 1917 vede lo scoppio della rivoluzione russa guidata soprattutto dai riformisti socialdemocratici, che depongono lo zar e instaurano un governo provvisorio presieduto da Aleksandr Kerenskij, il quale proclama la repubblica, sostiene la continuazione della guerra contro gli imperi centrali e cerca di dar vita a un parlamento parzialmente democratico. A questo punto Lenin torna dall’estero, dove dieci anni prima é costretto a rifugiarsi, e con la sua ostinazione riesce a convincere il comitato centrale del partito bolscevico all’insurrezione armata contro il governo socialdemocratico della capitale.
Il colpo di Stato riesce, Kerenskij deve fuggire in esilio negli USA e Lenin ottiene la presidenza del consiglio. I primi provvedimenti concernono la confisca delle terre della nobiltà e dello zar e l’apertura delle trattative di pace con le potenze belligeranti. Le terre, le aziende industriali e commerciali sono nazionalizzate, i diritti di eguaglianza e di autodeterminazione sono garantiti a tutti i gruppi etnici del territorio russo, solamente il proletariato ha diritto al voto, donne comprese, ed è proclamata la separazione tra Stato e chiesa. Lenin trasforma il bolscevismo in partito comunista e fonda la III internazionale (comintern) per la realizzazione di un movimento rivoluzionario mondiale. In economia, dopo l’introduzione nelle campagne delle requisizioni costrittive – per alimentare l’armata rossa – e del baratto, che portano il paese alla paralisi degli scambi e alla fame, il presidente vara un programma (NEP) che prevede forme di libero mercato in agricoltura e nell’artigianato, permettendo qualche spazio alla piccola produzione industriale e al commercio al dettaglio dei privati.

Nonostante i risultati alquanto soddisfacenti della ‘NEP’, Iosif Stalin, succeduto a Lenin, adotta un modello economico basato esclusivamente sull’industrializzazione accelerata, soprattutto nel campo militare, e sulla collettivizzazione forzata delle terre. L’Unione Sovietica viene totalmente sottomessa al potere del dirigismo centralizzatore voluto dal partito unico. Anche con la violenza i contadini sono costretti a entrare nei ‘kolchoz’ e il conseguente tracollo della produzione agricola provoca nel periodo 1932-33 una grave carestia con quattro milioni di morti.
L’egemonia del partito sulla vita pubblica e sul consiglio rappresentativo dei lavoratori (soviet), assieme alla soppressione del mercato, portano dapprima a un eccezionale sviluppo della produzione industriale – pur con notevoli squilibri qualitativi o quantitativi – e a superare certi scompensi dell’economia di mercato, come le forti oscillazioni dell’andamento economico, la diseguale distribuzione dei redditi, la disoccupazione massiccia. Vengono però a mancare il sistema democratico e l’impegno diretto del popolo.
A partire dal secondo dopoguerra sono operati importanti cambiamenti nel campo sociale con l’assistenza sanitaria pubblica per tutti e con l’istruzione gratuita, in varie forme, per coloro che si attengono alla linea del partito comunista; l’analfabetismo è ridotto al minimo. Molta importanza è data all’energia atomica e alle esplorazioni dello spazio extraterrestre, ottenendo grossi risultati. L’industria, costituita da un gigantesco apparato gestito dagli uffici di pianificazione dello Stato, entra sempre più in crisi, morto Stalin, per le non sufficienti capacità creative, tecniche e imprenditoriali dei dirigenti statali, mentre è bloccata, ordinariamente, ogni iniziativa che non provenga dalla burocrazia. I membri della ‘nomenklatura’ temono che eventuali riforme scalfiscano i loro privilegi.

Nelle nazioni più industrializzate dell’Occidente, frattanto, il sindacato si estende anche ai lavoratori non specializzati, arrivando via via a ogni categoria; esso allarga i suoi compiti giocando ruoli importanti nella previdenza sociale, nella formazione professionale e poi nell’aumento del tenore di vita dei lavoratori. Durante i periodi di recessione chiede programmi per l’occupazione e per il mantenimento del reddito.
Promossa dal presidente USA Thomas W. Wilson, inizia a Ginevra nel 1920 l’attività della ‘Società delle nazioni‘, con lo scopo precipuo di preservare la pace nel mondo. È composta però solo degli Stati vincitori della grande guerra, eccetto gli stessi USA, e di pochi altri. Ottiene qualche successo nella lotta agli stupefacenti, nella difesa dei rifugiati e nel campo sanitario; nel 1926 delibera la messa fuorilegge definitiva della schiavitù. I molti tentativi falliti d’evitare le guerre fanno tuttavia sciogliere la ‘società’, che nel 1946 viene sostituita dall’ONU.
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Il pensatore e uomo politico indiano Mahatma Gandhi (1869 – 1948) attua, dapprima in Sudafrica e poi in India, un metodo di lotta sociale e politica basato sul rifiuto di ogni forma di violenza. Alle leggi ingiuste e al modo di fare oppressivo o disumano del potere, egli risponde con la nonviolenza di massa, ossia con la disobbedienza civile, la resistenza passiva, la non collaborazione, tutti fattori di provocazione per i ‘superiori’, i quali reagiscono in genere con comportamenti violenti, mettendo così in evidenza la loro inciviltà e brutalità.
Molto efficaci si rivelano le operazioni di boicottaggio delle merci britanniche, il favorire la lavorazione dei tessuti secondo i metodi tradizionali dell’artigianato indiano e la grandiosa manifestazione popolare del 1930 per non pagare l’imposta coloniale sul sale. Più volte incarcerato e liberato, Gandhi partecipa ai negoziati con la Gran Bretagna che portano all’indipendenza dell’India nel 1947.
Egli inoltre lotta infaticabilmente per eliminare la distinzione in caste e per il riconoscimento dei paria, gli intoccabili fuori casta (i non nati da dio, il 24% della popolazione attuale), decidendo di vivere come loro e dando luogo a parecchi digiuni al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica indiana.
Le caste dei ricchi locali, avendo compreso le capacità di Gandhi di unire il popolo contro il colonialismo, lo appoggiano pienamente. Appena è ottenuta l’indipendenza però alcuni di loro lo fanno assassinare, per stare col potere senza l’interferenza di chi vuole la vera giustizia: dapprima provano con una bomba, ma Gandhi si salva, e pochi giorni dopo vi riescono con un fanatico indù.

Rosa Luxemburg (1870 – 1919), donna politica polacca naturalizzata tedesca, afferma che le crisi economiche sono fenomeni insiti nel capitalismo, giacché sono l’unica soluzione possibile per risolvere il distacco fra l’illimitata possibilità d’espansione della produzione e i limiti del mercato (le informazioni su questa voce sono tratte da Wikipedia).
Non c’è un rapporto fra sviluppo capitalistico e democrazia: la borghesia potrebbe rinunciare alle conquiste democratiche senza che la struttura dello Stato ne abbia a soffrire, poiché elemento determinante per le grandi potenze è il militarismo, il quale, in quanto strumento della politica imperialistica, è spreco di enormi forze produttive.
La democrazia è invece estremamente necessaria per la classe operaia, perché l’esercizio dei diritti democratici, suffragio elettorale e autogoverno (ma soprattutto la democrazia diretta – ndr), sono elementi politici attraverso cui essa “diviene cosciente dei propri interessi di classe e dei propri compiti storici”. Le riforme sociali sono il mezzo di lotta del socialismo, ma lo scopo finale è la presa del potere politico, altrimenti non c’è più differenza tra socialdemocrazia e borghesia.
Riguardo all’economia afferma che il capitalismo ha sempre bisogno di nuovi sbocchi per la vendita delle proprie merci, giacché all’interno del suo ambiente verrebbe a mancare la domanda per i prodotti in sovrappiù, data la povertà della classe operaia (ciò è confermato, dieci anni dopo, dalla ‘grande crisi’ economica americana). Il capitalismo si procura questi nuovi sbocchi commerciali dapprima all’interno delle nazioni capitalistiche, poi la crescente necessità di nuovi mercati conduce l’economia capitalistica alla fase dell’imperialismo, caratterizzata dalla lotta degli Stati capitalistici per la conquista di Paesi arretrati e di sfere d’influenza che permettano l’investimento dei capitali, dal sistema dei prestiti internazionali, dal protezionismo economico, dalla preponderanza del capitale finanziario e dei grandi monopoli industriali nella politica internazionale. In tale interscambio con le economie non sviluppate il capitalismo tende a distruggere quelle strutture arretrate e a sostituirsi sempre più a esse fino a creare un mercato globale mondiale, che comporta l’impossibilità di una ulteriore espansione, e pertanto il sistema entra nella crisi capitalistica finale.
Questo momento però non dovrebbe essere raggiunto, poiché il proletariato a un dato momento arriva a tal punto di esasperazione da scatenare la rivoluzione socialista a livello mondiale e a vincere.
Per quanto si riferisce alla politica che i bolscevichi stanno adottando nei primi mesi per governare la Russia – pur riconoscendo le enormi difficoltà che essi incontrano – questa politica appare inaccettabile e portatrice di conseguenze nefaste per il socialismo.
Riportiamo qui alcuni brani, acutamente anticipatori, di un libro scritto dalla Luxemburg pochi mesi prima del suo assassinio: “Lenin sbaglia completamente nella ricerca dei mezzi. Decreti, potere dittatoriale degli ispettori di fabbrica, pene severissime, terrorismo, sono solo dei palliativi. L’unica via che conduce alla rinascita è la scuola stessa della vita pubblica, la più larga e illimitata democrazia, l’opinione pubblica. Proprio il regno del terrore demoralizza. Tolto tutto questo, che rimane in realtà? Lenin e Trotski sostituiscono ai corpi rappresentativi, eletti a suffragio universale, i Soviet come unica rappresentanza delle masse lavoratrici. Ma soffocando la vita politica in tutto il paese, limitando le libertà democratiche, è fatale che la vita si paralizzi sempre più anche nei Soviet stessi. Senza elezioni generali, senza piena libertà di stampa e di riunione, senza libera lotta di opinioni, la vita muore in ogni istituzione pubblica, diventa vita apparente dove la burocrazia rimane l’unico elemento attivo. La vita pubblica cade lentamente in letargo; qualche dozzina di capi di partito di energia instancabile e di illimitato idealismo dirigono e governano; tra loro comanda in realtà una dozzina di menti superiori; e una élite della classe operaia viene convocata ogni tanto a delle riunioni per applaudire i discorsi dei capi e per votare all’unanimità le risoluzioni che le vengono proposte. È dunque in fondo un governo di cricca, una dittatura certamente, ma non la dittatura del proletariato, bensì la dittatura di un gruppetto di uomini politici, una dittatura nel significato borghese … Una tale situazione porta necessariamente all’inselvatichirsi della vita pubblica”.

Albert Schweitzer (1875 – 1965), medico tedesco, costruisce nella giungla africana ospedali e lebbrosari, dove i familiari possono collaborare alla cura dei malati e vivere accanto a loro. In tal modo sono salvate numerose vite umane. La sua massima è ‘il rispetto della vita’, qualunque essa sia: umana, animale o vegetale. Durante la guerra fredda protesta contro la corsa agli armamenti e le armi atomiche. Riceve il Nobel per la pace.
Edna Gladney (1886 – 1961), del Texas, accoglie nella sua casa orfani anche ‘illegittimi’ e si batte con ardore contro gli ingiusti pregiudizi verso di essi fino a ottenere che lo Stato deliberi una certa parità di diritti tra bambini legittimi, illegittimi e adottati.
L’italiano Giuseppe Di Vittorio (1892 – 1957), sindacalista molto stimato, dichiara di operare sempre cercando il bene del popolo: “se qualche volta il popolo non è d’accordo con le soluzioni da me proposte, mi accorgo col tempo che quelle volute dal popolo sono sempre più razionali e valide delle mie”.

In Svezia e dopo negli altri Stati scandinavi, verso la metà degli anni Trenta, la socialdemocrazia instaura, appoggiata da una forte organizzazione sindacale, un efficiente ed esteso sistema di welfare state (stato del benessere), considerato la ‘terza via’ tra capitalismo e comunismo.
Lo Stato assicura a ognuno i beni necessari come la salute, l’istruzione, la casa e garantisce un reddito minimo tramite sussidi di disoccupazione e contributi integrativi. La caratteristica più importante è la fornitura gratuita o semigratuita dei servizi sociali a tutti i cittadini e per tale motivo sono tassati altamente i redditi: tanto più questi sono elevati quanto maggiori sono le aliquote, che possono arrivare fino al valore del 99% per i più ricchi.
Il welfare state si differenzia sia dai sistemi socialisti, che richiedono una rivoluzione preliminare della società o delle forme di governo, sia dallo Stato liberale, che si limita a una mera assistenza ai più bisognosi.

Passiamo negli Stati Uniti: dopo qualche anno dalla grande crisi economica del 1929, dovuta al capitalismo selvaggio, si ha un nuovo corso con la politica del presidente Franklin D. Roosevelt, attraverso un grandioso programma di lavori pubblici, interventi a sostegno dei prezzi agricoli, il quasi raddoppio degli stipendi bassi dei lavoratori, leggi a favore dell’assistenza sociale e dell’attività sindacale, l’aumento della progressività delle imposte. Il governo federale diventa parte attiva nello stretto controllo del sistema bancario e finanziario, nella pianificazione e nell’iniziativa imprenditoriale. Come rimedio contro la disoccupazione è diminuita a 40 ore la settimana lavorativa ed è stabilito un salario minimo garantito. Gli USA diventano così la nazione più ricca e potente.

Adriano Olivetti (1901 – 1960), imprenditore italiano, è noto per i suoi innovativi progetti industriali basati sul principio che il profitto aziendale deve essere reinvestito a beneficio della comunità: realizza pertanto per i dipendenti quartieri residenziali e servizi sociali, riduce gli orari di lavoro e fornisce assistenza medica a tutti i dipendenti, dà alle donne un permesso retribuito di 9 mesi per la maternità e fa costruire asili vicino alla fabbrica per i figli delle operaie, crea spazi di condivisione per lo stare insieme, come la mensa e una biblioteca interna all’azienda.
Alle sue capacità manageriali, per cui la Olivetti diventa la prima azienda del mondo nel settore dei prodotti per ufficio e fa concorrenza agli USA con i primi calcolatori elettronici e i computer, unisce la sperimentazione su come si possa armonizzare lo sviluppo industriale coll’affermazione dei diritti umani e con la democrazia partecipativa, sia dentro che fuori la fabbrica.
Nel 1945 lancia un’idea federalista dello Stato che si fonda sulle comunità, intese come unità territoriali culturalmente omogenee e economicamente autonome. Diviene un sostenitore del federalismo europeo, dacché conosce Altiero Spinelli durante il loro esilio in Svizzera.

Allo scoppio del secondo conflitto mondiale, il contadino austriaco Franz Jägerstätter (1907 – 1943), un cattolico padre di tre bambine, rifiuta di prestare il servizio militare nell’esercito nazista, perché considera l’uccidere, sia pure in guerra, altamente contrario all’Amore cristiano e all’insegnamento di Gesù. La sua obiezione di coscienza, che i nazisti ovviamente tengono sotto silenzio, è condannata dal parroco e dal vescovo della sua regione, che cercano inutilmente di farlo recedere dalla decisione presa. Risultate vane tutte le pressioni psicologiche o le torture fisiche per convincerlo ad arruolarsi, Hitler lo fa decapitare nel 1943, assieme a 15 testimoni di Geova, anch’essi obiettori per la loro fede.
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NOTA: Nel periodo bellico, sempre dal potere nazionalsocialista, circa 300 obiettori di varie confessioni religiose subiscono sorte analoga, tra i quali il noto teologo luterano Dietrich Bonhoeffer, impiccato per volere del Führer. Ricordiamo anche gli studenti universitari tedeschi della ‘rosa bianca’, un’organizzazione nonviolenta che vuole opporsi al nazismo con la bontà delle idee democratiche: arrestati dalla gestapo sono decapitati nel 1943. Risulta inoltre che 15.000 giovani tedeschi sono giustiziati per diserzione.
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Negli anni Sessanta un dirigente del ‘pentagono’, colpito dalla storia di Franz, adopera tutte le proprie energie per far cessare la guerra degli USA in Vietnam.
Altiero Spinelli (1907 – 1986), politico italiano antifascista, per cui deve fare molti anni di carcere, è il promotore di un progetto costituzionale per gli Stati Uniti d’Europa. Il progetto di un trattato istitutivo di un’Unione Europea con marcate caratteristiche federali viene approvato dal Parlamento europeo, ma i rappresentanti degli Stati membri nel Consiglio Europeo bocciano successivamente la proposta del movimento federalista di trasformare la comunità in una federazione europea di Stati.

Teresa di Calcutta (1910 – 1997), suora cattolica macedone, si dedica, con l’ordine da lei fondato nel 1948, all’assistenza amorosa degli indigenti senza tetto e dei più emarginati, soprattutto ammalati o moribondi, che raccoglie abbandonati lungo le strade dell’India. S’impegna contro ogni guerra (non esiste per lei la ‘guerra giusta’), contro l’aborto e la pena di morte. Interviene varie volte nei conflitti violenti fra mussulmani e induisti, riportando la calma tra i gruppi ostili. Le è conferito il Nobel per la pace.
In Svezia viene approvata una legge alternativa all’aborto: la donna che aspetta un figlio, ma che per qualunque motivo non gradisce averlo, se vuole, al momento del parto non vede neppure il neonato, non sa se è maschio o femmina, e il bambino è immediatamente consegnato a una coppia preselezionata lì in attesa. Questi due giuridicamente diventano i genitori a tutti gli effetti. In tal modo non viene effettuata l’eliminazione cruenta del feto, in genere considerato socialmente un nulla, e anche il bambino può godere della sua vita. Vari Stati, tra cui l’Italia, adottano in seguito leggi analoghe.
Chiara Lubich (1920 – 2008), laica cattolica italiana, riscopre e comprende la vita concreta nei rapporti interpersonali, contraddistinta dall’amore scambievole portato da Gesù di Nazareth e dall’amore verso il prossimo e verso gli ultimi. “Qualunque cosa fate al meno considerato, all’ultimo, lo fate a me” dice Gesù. Così noi dobbiamo vedere con occhi nuovi Lui in ogni affamato, ogni povero, ogni emarginato, ogni ammalato, ogni bisognoso, in ogni prossimo.
Occorre vedere sempre il positivo nell’altro, chiunque esso sia – bello o brutto, simpatico o antipatico, istruito o non istruito, bianco o nero, credente o non credente – amare per primi, fare il vuoto dentro di sé per ascoltare e comprendere l’altro, essere pronti a dare la vita per l’altro e pertanto, di conseguenza, saper perdere la propria abitudine, il proprio tempo, la propria idea, il proprio programma per farsi uno con l’altro; e se l’altro comprende l’amore e lo vive anche lui, si genera la presenza fra loro dell’amore reciproco e la gioia nel cuore.
Così facendo aumentano sempre più coloro che vivono l’amore scambievole; la moltitudine di chi lo vive è un cuor solo e un’anima sola e può costruire un mondo più giusto e unito: la fraternità universale. Chiara consegue ampie adesioni nei cinque continenti, anche di membri di altre religioni, di tantissimi laici, di non credenti, di personalità del campo socio-politico.

Martin Luther King (1929 – 1968), pastore battista statunitense, promuove un ampio movimento nonviolento per la difesa della gente di colore. Nel 1955 una donna nera di 42 anni, Rosa Parks, viene arrestata perché non cede il posto sull’autobus a un giovane bianco. Tutta la comunità battista nera, guidata dal suo pastore, boicotta per 382 giorni gli autobus, con ingente perdita economica per l’azienda, finché la corte suprema non dichiara illegale la segregazione sui mezzi di trasporto. Seguono molte altre azioni per ottenere l’abolizione della segregazione razziale nelle scuole, nei parchi e nei locali pubblici. Nel 1963 King parla alla più vasta manifestazione di massa mai avutasi negli USA per chiedere i diritti civili; l’anno successivo la Svezia gli assegna il premio Nobel per la pace.
Egli vede la guerra come nemica del povero e vi si oppone con fermezza: durante il conflitto vietnamita lancia una nuova sfida contro di essa e contro la povertà, sviluppando una campagna per la disobbedienza civile di massa e l’obiezione di coscienza. Dopo il suo appoggio a un grande sciopero degli spazzini neri, viene assassinato mentre sta organizzando un’imponente marcia dei poveri su Washington alla ‘casa bianca’.

Anno 1948: l’ONU adotta la ‘dichiarazione universale dei diritti umani‘. I primi due articoli proclamano: “tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti … e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza” e “ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciati nella presente dichiarazione, senza distinzione alcuna per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o d’altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione”.
Tra i diritti menzionati vi sono quelli alla vita, alla libertà e alla sicurezza della persona. È proibita qualsiasi forma di schiavitù o di tortura. Tutti hanno diritto al riconoscimento della personalità giuridica, a un’uguale tutela da parte della legge, alla salvaguardia da arresti arbitrari, a un equo processo, alla presunzione d’innocenza, alla libertà da interferenza nelle comunicazioni, alla libertà di movimento, all’asilo politico, a una cittadinanza, a un libero matrimonio, alla libertà di pensiero, di religione, di opinione, di coscienza, di riunione e di associazione pacifica, alla partecipazione al governo del proprio paese, alla sicurezza sociale, al lavoro, alla difesa sindacale, a un tenore di vita decente, all’istruzione, alla vita culturale e artistica. La volontà popolare è il fondamento dell’esercizio del governo, le votazioni devono essere libere per tutti e il voto segreto.
Gli Stati membri dell’ONU s’impegnano a perseguire il rispetto delle libertà e dei diritti umani proclamati dalla ‘dichiarazione’. Tuttavia questa non è vincolante per gli Stati stessi e non sono creati strumenti per renderne obbligatoria l’attuazione.
L’ONU nel 1955 approva due trattati, uno sui diritti nel campo civile e politico e uno in quello economico, i quali però entrano in vigore dopo 21 anni, data la forte resistenza incontrata. Nel 1956 è ratificata a Ginevra una convenzione che mette al bando anche le forme mascherate della schiavitù, come la servitù della gleba e i soprusi derivanti dall’adozione di fanciulli. In breve poi abbiamo nel 1959: dichiarazione dei diritti del bambino (vari Stati emanano in seguito leggi che, tra l’altro, puniscono i genitori che picchiano i figli). 1969: convenzione contro il razzismo. 1973: convenzione contro l’apartheid. 1979: convenzione contro la discriminazione nei riguardi della donna. 1984: convenzione contro la tortura. 1989: convenzione sui diritti dell’infanzia.

In Cina il comunista Mao Zedong (1893 – 1976), dopo una lunga guerra civile vinta con l’appoggio delle masse contadine – convinte dalle sue riforme agrarie – è proclamato nel 1949 presidente del ‘consiglio del governo centrale del popolo’ della neo repubblica popolare cinese. Eliminati i grandi proprietari terrieri, abolite costrizioni o consuetudini ataviche, rivalutata la donna, il suo sistema ben presto si distingue da quello sovietico, perché dà la preferenza allo sviluppo dell’agricoltura piuttosto che alla creazione dell’industria pesante. Egli vuole raggiungere l’autosufficienza, ma puntando più sull’aumento dell’intensità lavorativa dei membri delle comunità locali che sul progresso tecnologico. Fallito pertanto ‘il grande balzo in avanti’, si forma un’opposizione favorevole a porre in primo piano lo sviluppo economico. Mao scatena contro questi ‘revisionisti’ la cosiddetta ‘rivoluzione culturale’ durata alcuni anni, la quale riduce il paese a uno stato d’anarchia e di paralisi produttiva. Si afferma allora, per quanto si riferisce al campo economico del libero mercato, la linea pragmatista e di avvicinamento all’Occidente di Chou En-lai e Deng Xiaoping.

Dopo il 1950 la Germania fa la prima esperienza, fra i paesi a economia di mercato, della partecipazione di lavoratori, più precisamente di organi da questi eletti, alle decisioni sulla produzione, sul personale e sui servizi dell’impresa ove prestano la loro attività: è la cogestione. I dipendenti diventano anche i proprietari di una parte delle azioni societarie. I risultati, dapprima altalenanti, diventano in seguito apprezzabili.
In Iugoslavia, Tito, dissidente da Mosca, lancia l’autogestione delle imprese statali da parte dei lavoratori interni, mediante organi rappresentativi, ma la produttività di queste lascia a desiderare.
Dagli anni Sessanta i pontefici cattolici emanano alcune encicliche sociali, che hanno risonanza in buona parte del mondo. In esse vi è dibattuto il tema degli squilibri da colmare fra paesi sviluppati e paesi del terzo mondo, fra nord e sud, fra agricoltura e industria, ponendo l’accento sulle ingiustizie esistenti nella ripartizione della ricchezza.
Si parla di giusto salario e di relazioni sindacali, si richiede la liberazione della donna, viene approfondito il tema della pace, che è fondata sulla giustizia sociale, la libertà, la verità, la carità. È deplorata qualunque guerra, per costruire la giustizia e la pace è promossa una collaborazione fra cattolici e non. Si dichiara che occorre distinguere fra errore ed errante.

Nella seconda metà del secolo XX sorgono varie organizzazioni per la difesa di particolari diritti oppure dell’ambiente; qui ne ricordiamo alcune.
Indipendente da qualunque gruppo politico o religioso, Amnesty international è fondata in Gran Bretagna dall’avvocato Peter Benenson nel 1961. Si oppone a ogni violazione della dignità umana, soprattutto alla tortura e alla pena di morte e domanda processi giusti e brevi per i carcerati, mentre richiede la liberazione per i prigionieri politici o di opinione; promuove appelli e petizioni popolari al potere politico o militare di tutto il mondo. Le viene conferito il premio Nobel 1977 per la pace.
Ancora nel 1961 è costituita in Svizzera la Word wildlife fund (WWF), associazione per la difesa delle specie animali, soprattutto di quelle in pericolo d’estinzione, e dei loro spazi naturali.
Nel 1971 nasce in Canada l’associazione internazionale pacifista Greenpeace che si batte tenacemente per la difesa dell’ambiente ecologico. L’anno seguente si tiene a Stoccolma la prima conferenza mondiale di ecologia.
Un gruppo di medici francesi fonda nel 1971 l’organizzazione umanitaria Médecins sans frontières (MSF), che opera nei paesi in situazione precaria ove si verificano catastrofi naturali o violenze del potere, reputando fondamentale il diritto delle vittime ad avere un’assistenza medica professionale e immediata. Indipendente dai potenti, denuncia gli abusi e le violazioni perpetrati da questi. Ottiene nel 1999 il Nobel per la pace.
In Italia nel 1994 è creata dal medico-chirurgo Gino Strada Emergency, un organismo che cura, soprattutto nei paesi poveri, i mutilati dalle mine e le vittime civili di ogni guerra.
Nella Penisola ha un parziale riconoscimento il Tribunale del malato, costituito per il controllo del trattamento riservato ai degenti in ospedali o case di cura pubblici o privati.
Tutte queste organizzazioni insieme ad altri movimenti contemporanei di vario tipo sono prodromi della volontà di arrivare a una democrazia di partecipazione.

Herbert Marcuse (1898 – 1979), filosofo tedesco trasferitosi negli USA ai tempi del nazismo, non ritiene valida la teoria freudiana sulla necessità della repressione nello sviluppo della civiltà. Sale alla notorietà nel 1964 con il suo libro ‘l’uomo a una dimensione’, in cui elabora il concetto di ‘tolleranza repressiva’, che rende manifesto il carattere dispotico e alienante del potere negli Stati a industrializzazione avanzata, sotto l’apparenza della libertà e tolleranza. Egli è considerato punto di riferimento da tutti i movimenti studenteschi del globo.
Mahmud Muhammad Taha (1908 – 1985), mussulmano del Sudan, all’età di 30 anni è imprigionato dai britannici per la sua opposizione alla colonizzazione. Nel 1956 dà inizio al movimento dei ‘fratelli repubblicani’, composto di uomini e donne, che s’ispira alle verità della fede e della morale predicate dal profeta nel suo viaggio alla Mecca, cui si deve tornare abolendo il razzismo, la schiavitù, il monopolio capitalista, la disparità fra donna e uomo. Il Sudan elabora una costituzione che accoglie dei diritti umani, ma il potere diventa sempre più fondamentalista fino ad adottare un codice penale ispirato rigorosamente alla legge della ‘shari’a’, cui Taha si oppone fermamente. È pertanto imprigionato dal regime, che lo condanna alla pena capitale nel 1985.
Hélder Cámara (1909 – 1999), noto arcivescovo di Recife, opera per attuare una riforma sociale che dia dignità ai tanti sfruttati e miserabili del Brasile. Egli osserva: “quando aiuto i poveri mi dicono che sono un santo, quando risalgo alle cause di tanta miseria mi accusano di essere comunista”.
Sempre in Brasile Pedro Casaldáliga, vescovo anch’egli, denuncia la tragica situazione del Mato Grosso, riportando gli innumerevoli casi di indios e contadini ingannati, minacciati, uccisi o feriti, assediati nella foresta, in piena violazione della legge, senza diritti o alternative (mentre sono tagliati tutti gli alberi di enormi estensioni della foresta amazzonica, considerata il polmone del pianeta – ndr). “La libertà è comunitaria” egli afferma “e non vi è libertà senza uguaglianza”.

Lo scrittore e regista italiano Pier Paolo Pasolini (1922-1975) scrive: “penso che sia necessario educare … a non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo. In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente – figuriamoci il futuro – a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare. A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde”.
Egli ritiene che lo sviluppo non sia sinonimo di progresso: in uno Stato vi può essere sviluppo tecnico o economico, ma non è detto che a questo si accompagni un progresso sociale e umano della collettività.
In Bangladesh nasce nel 1940 l’economista mussulmano (Nobel per la pace) Muhammad Yunus, che dà inizio nel 1976 alla prima banca etica del mondo, la ‘grameen bank’, per concedere prestiti ai più poveri, senza garanzie e senza contratto, affinché questi possano creare lavoro. Egli cioè rifiuta gli schemi mentali su cui si basano i banchieri e la finanza, intuendo che l’estrema povertà non è dovuta alla carenza di operosità o di capacità, ma alla mancanza sia di denaro da investire sia della possibilità di risparmio.
I prestiti, mediamente attorno ai 300 dollari, sono effettuati sulla fiducia per l’acquisto di una macchina tessitrice, di una bufala da latte, di un camion, di un mulino, di un aratro, per trovare acqua attraverso un pozzo, per allevare polli, per dare vita a piccole attività remunerative, mediante le quali sei milioni di beneficiari, oltre il 90% sono donne, possono nel corso del tempo restituire ratealmente i soldi con un dato interesse (qualche volta nullo).
Sono gli stessi dipendenti della banca, oggi in numero di 16.000, che vanno in tutti i villaggi poveri a offrire il servizio a domicilio, formando gruppi di clienti, spesso della stessa famiglia. Ciascun gruppo assume l‘impegno di pagare il debito d’ogni suo membro: così gli inadempienti sono meno dell’1%.
Vari istituti in seguito danno inizio, anche in India e nel mondo, a banche etiche. Il sogno di Yunus è di liberare l’intero pianeta dalla miseria.
Aung San Suu Kyi, buddista, nasce in Birmania nel 1945. Fonda la ‘lega nazionale democratica’ allo scopo di esercitare una lotta nonviolenta contro le sanguinarie repressioni dei militari al potere. Leader dell’opposizione, si batte con tenacia per i diritti civili e per il ritorno della democrazia, ma per molti anni è obbligata agli arresti domiciliari. Le è assegnato il Nobel per la pace nel 1991.
Rigoberta Menchù nasce in Guatemala nel 1959. Subisce violenze brutali dai famigerati ‘squadroni della morte’, organizzati dai regimi dittatoriali locali. Tali regimi godono spesso dell’appoggio malcelato della CIA (il servizio segreto statunitense), la quale sempre teme che cali l’influenza economica delle multinazionali USA o che vadano al potere dei filocomunisti. I membri della famiglia di Rigoberta sono torturati, bruciati vivi o uccisi selvaggiamente. Lei diventa rappresentante del movimento per i diritti civili dei contadini indios, essendo costoro sottoposti a ogni sorta di angherie, ed è la protagonista della loro resistenza. Costretta a lasciare il suo paese per sfuggire alle persecuzioni, si rifugia in Messico. Nel 1992 riceve il premio Nobel per la pace.
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Il liberalismo nella seconda metà del ‘900 subisce delle metamorfosi, diventando favorevole, attraverso i suoi fautori, a un’economia più aperta e concorrenziale: dapprima con l’abolizione di normative e regolamenti (deregulation) che vincolano l’attività imprenditoriale nel settore dei servizi pubblici – specialmente telecomunicazioni, energia, trasporti aerei o terrestri – e con l’esenzione dall’IVA sul commercio elettronico; più tardi con interventi statali volti a ottenere un migliore funzionamento della democrazia, ponendo tra l’altro l’attenzione ai problemi sociali e facilitando in ciascun individuo la possibilità di realizzare le proprie capacità o aspirazioni.
La Federazione elvetica con la sua costituzione istituzionalizza fin dal secolo precedente, come già illustrato, una struttura di democrazia a decisione diretta politica, forte strumento di unità sociale e maturità civile, dove il potere del capo del governo è limitato al massimo a un anno. Di conseguenza il PIL (prodotto interno lordo) pro-capite diventa fra i più alti del mondo, la gestione delle risorse e la qualità dell’ambiente risultano le più sviluppate del globo, la percentuale di bisognosi è ridotta al minimo, ogni conflitto o problema interno può essere risolto dal popolo direttamente col proprio voto. Negli ultimi lustri del Novecento, periodo di recessione economica mondiale, la Svizzera consegue il tasso di disoccupazione più basso del pianeta. Le votazioni sono effettuate sopratutto per posta, in parte sono automatizzate.
Noti dissidenti dello stalinismo, quali Ignazio Silone e Aleksandr Solženicyn, dovendo per un certo tempo vivere lì, si convincono che il sistema socio politico elvetico sia il migliore da adottare.
Se gli Svizzeri aderiscono all’Unione europea, perdono le loro conquiste democratiche, essendo l’Europa molto indietro a loro sotto questo aspetto.

Negli USA alcuni economisti rilevano che le strutture di tipo gerarchico non sono le più idonee a conseguire rendimenti ottimali. Migliori risultati si ottengono con la collaborazione alla pari fra più competenti e con le decisioni sulla validità dei risultati prese da una base allargata interessata.
D’altra parte – ne è una riprova – all’interno delle società è favorita la competizione per la scalata alle massime cariche e vince chi riesce in qualunque modo a primeggiare sui ‘colleghi’, ma non è detto che le decisioni di costui o questo metodo portino spesso la società ai risultati economici più vantaggiosi o trovino le innovazioni tecniche più efficaci; alquante volte si tratta di meri carrieristi, se non di faccendieri. Anche nella gestione della cosa pubblica sovente i parlamentari devono votare leggi su argomenti di cui non se ne intendono affatto e ministri presiedono settori di cui non hanno esperienza.
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Nel Chiapas, una vasta regione del sud messicano, inizia nel 1994 una lotta nonviolenta contro i soprusi delle forze armate governative verso gli indios, per il riconoscimento della cultura indigena india, per una maggiore autonomia amministrativa e per le necessità sociali. Nel 2001 il parlamento centrale riconosce le richieste di cui sopra: sono operate riforme strutturali, è realizzata una economia non consumistica di sostentamento alle esigenze effettive della popolazione, sono effettuati interventi di sviluppo.
Così, come in altre parti del sud del mondo, Africa compresa, si coltivano prodotti biologici di qualità e si producono articoli vari per un commercio equo e solidale direttamente a favore dei piccoli produttori. Organizzazioni senza scopo di lucro favoriscono rapporti commerciali diretti con essi, senza sfruttamento dei lavoratori, riconoscendo loro pari dignità e opportunità, assicurando prezzi equi garantiti – anche in caso di andamento sfavorevole del mercato – e prefinanziamenti agevolati.
Dopo il successo della protesta internazionale, contraria alla globalizzazione delle potenze conservatrici, che si manifesta nel 1999 a Seattle (USA), protesta che blocca il programma potenzialmente produttore di squilibri sociali del WTO, grandemente interessante è l’esperienza internazionale di Pôrto Alegre in Brasile, ove dal 2001 molte migliaia di appartenenti a movimenti newglobal di tutto il mondo, s’incontrano per il ‘world social forum‘.
Qui vengono poste le basi di una democrazia di partecipazione: sono realizzati gruppi di lavoro, ciascuno dei quali, composto anche da esperti del settore, ascolta le esigenze della popolazione del posto, quindi si occupa di trovare la soluzione possibilmente più valida per ogni singolo problema sociale impellente, distintamente (acqua, scuola, salute, ambiente, periferie metropolitane, ecc.), dando un contributo determinante agli amministratori locali per la realizzazione di ciò che è essenziale alla collettività. Della massima importanza è la partecipazione, fin dal 1989, al ‘bilancio pubblico’, vale a dire la possibilità dei cittadini di decidere come destinare una parte della spesa pubblica: i risultati sono validissimi tanto che lo sviluppo socio-economico di Pôrto Alegre è adesso fra i migliori di tutte le città del globo e il suo ‘bilancio partecipativo’ è preso a modello dallo stesso ONU.
L’impatto sociale delle migliaia di partecipanti, provenienti da ogni parte della terra, provoca anche una maggiore presa di coscienza delle popolazioni sudamericane, che eleggono governanti più sensibili alle loro necessità.
Hugo Chávez, presidente del Venezuela, crea una dozzina di gruppi di lavoro di base, ciascuno relativo a una esigenza sociale specifica, per comprendere le difficoltà principali e trovare le soluzioni più confacenti. Egli inoltre emana una legge che permette il referendum revocativo sull’operato del capo del governo, per cui il popolo decide in modo esecutivo col voto se costui può continuare nel suo mandato, in quanto lavora come di dovere per il bene comune, oppure deve dimettersi, in quanto non più ritenuto valido dai cittadini (questo è un aspetto di democrazia diretta).
In Venezuela ora vige un sistema di voto elettronico fra i più sicuri contro i brogli, che qui sintetizziamo con quello adottato dall’Estonia: ciascuno nel posto dove si vota, o direttamente a casa su internet, si fa riconoscere dal computer con l’impronta digitale (o con la firma elettronica), esprime il voto elettronicamente, osserva se questo è conforme alla scelta, poi mette la sua firma elettronica (o la sua password). Il computer mostra l’anteprima di stampa della scheda col voto registrato (o mostra il voto ricopiato su un secondo archivio elettronico), l’elettore controlla e dà l’ok; nel caso di scheda cartacea, questa viene stampata ed è deposita nell’’urna’.

In Uruguay, come in altri paesi, l’acqua è gestita in regime privatistico da una multinazionale statunitense che, avendone il monopolio, triplica il prezzo dell’acqua, con significative difficoltà per le classi povere. Per la prima volta al mondo, nell’ottobre 2004, il popolo vota direttamente su tale necessità (e questo è un altro esempio di democrazia diretta). A grande maggioranza i cittadini decidono che l’acqua va considerata un servizio pubblico e un diritto di tutti, per cui la società suddetta deve lasciare l’Uruguay.
L’esperienza di Pôrto Alegre diffonde la sua influenza in molte parti del pianeta, ove gli amministratori di svariati comuni, nello svolgimento della loro attività, si avvalgono di forme di democrazia di partecipazione. Anche in Italia abbiamo vari esempi, qui ne ricordiamo due: Grottammare (provincia di Ascoli Piceno) e Roma.
Grottammare, precorrendo i tempi, è il primo comune in Italia con un assessorato alla partecipazione, la consultazione delle assemblee di ciascuno dei cinque quartieri, l’evidenziare insieme i problemi e la condivisione delle scelte. In particolare vi è un quartiere con una crescita urbanistica assai sregolata: gli assessori tengono assemblee di quartiere (vi partecipano un centinaio di persone), ascoltano, si cercano le opzioni possibili. La giunta quindi commissiona uno studio dell’urbanistica con aree verdi, vivai (qui molto diffusi), edilizia, ecc. in base alle indicazioni condivise. I risultati sono molto apprezzati.
A Roma, nei primi anni del Duemila, l’assessorato alla partecipazione raccoglie le esigenze urgenti soprattutto dei quartieri più periferici, cercando assieme le soluzioni più adatte. È inoltre costituita un’assemblea di bambini per comprendere e risolvere i problemi dell’infanzia. Tra l’altro viene dato impulso alle manifestazioni dell’arte, si condividono le necessità degli immigrati, nelle realizzazioni si collabora, per quanto è possibile, con i partiti dell’opposizione, si gettano le basi per un migliore sviluppo economico della città, che raggiunge in tal modo uno dei maggiori livelli italiani del PIL.
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Le scoperte nei campi atomico, informatico, delle telecomunicazioni, dell’ingegneria genetica, ecc. conducono sul finire del secolo XX all’inizio della rivoluzione tecnologica, che reca miglioramenti agli Stati a tecnologia avanzata, ma anche un maggiore malessere alle popolazioni e ai gruppi sociali o economici meno preparati.
Secondo una statistica mondiale del 2001 pubblicata dai quotidiani, gli Stati Uniti si trovano più avanti nello sviluppo della new economy. Distaccati seguono nell’ordine: Gran Bretagna, Svezia, Svizzera, Finlandia, Irlanda, Paesi Bassi e Danimarca; la Germania risulta undicesima, il Giappone dodicesimo, l’Italia diciottesima (successivamente nel 2005 è quarantaquattresima).
Di particolare importanza sociale sono le possibilità offerte da internet, la rete di connessione diretta la cui tecnica è messa a punto dall’americano Vinton Cerf nel 1973. Facendo a meno dei grossi e costosi centri che regolano (spesso con ingolfamenti) le trasmissioni, egli utilizza, con nuove modalità, un intercollegamento capillare tra personal computer, ovunque si trovino. In tal modo è resa possibile, a un basso costo, la partecipazione delle informazioni e la collaborazione in qualsiasi campo fra tutti i singoli individui del pianeta, fra aziende e fra organizzazioni d’ogni tipo. Internet è pure un potente mezzo per lo sviluppo dell’intelligenza collettiva, mediante un continuo scambio di valori, di conoscenze, di esperienze, di invenzioni, di intuizioni, costituenti materia basilare per nuovi modelli mentali e di vita.
Con la rivoluzione tecnologica le trasformazioni più rilevanti nel prossimo futuro si manifestano nei campi dell’informazione, dei collegamenti interpersonali, dell’istruzione, delle forme culturali e artistiche, dell’ingegneria genetica e della vita biologica, delle cure e dei macchinari sanitari, dell’alimentazione, delle fonti di energia, delle conquiste spaziali, dei trasporti, dell’economia, del tipo di lavoro, degli strumenti di lavoro che diventano virtuali, della produzione, del commercio, delle relazioni internazionali, dei rapporti socio politici, dell’automazione delle votazioni e della raccolta di firme elettroniche, che permettono l’espressione del voto popolare in tempi tecnici brevi, ecc.
L’attuale sistema capitalistico diminuisce la sua importanza poiché sorgono nuove forme di economia diretta, mentre il potere politico deve tenere conto sia delle possibilità della massa di manifestare scambievolmente le opinioni, le idee, le notizie, le realizzazioni operate, le soluzioni nuove, le necessità sociali, le richieste sia della maggiore importanza dei tecno-scienziati. Esistono le condizioni per realizzare una democrazia a decisione diretta della popolazione, sia politica sia economica, strumento culmine ed essenziale per ogni giustizia, pace e benessere sociale.
I partiti o i gruppi che prescindono da questo possono portare tutto al più dei miglioramenti in qualche campo. Possono stabilire leggi e regole alcune anche valide, cui dopo il popolo deve conformarsi, generando alla lunga forme nuove di sottomissione.
Le leggi e le regole sono per favorire i cittadini, non perché ne siano succubi: questi non hanno il potere di cambiarle, se ne scema il giovamento, mentre un partito al potere le vuole mantenere e le regole diventano burocrazia. È necessario rinnovare la politica e l’economia mondiale: il potere di decidere non va lasciato a una CASTA DISTINTA, sia essa politica o economica o finanziaria o religiosa o ideologica o militare o sociale o etnica o sessuale o culturale.
L’ESSENZA DELLA DEMOCRAZIA NON È IL CULTO DI PERSONALITÀ O DI IDEOLOGIE E REGOLE PIÙ O MENO VALIDE, BENSÌ È LA REALIZZAZIONE DELL’ISTITUZIONE GIURIDICA CHE CONSENTE L’ESERCIZIO INALIENABILE DELL’AUTORITÀ DIRETTA DEL POPOLO. È LA MAGGIORE RIVOLUZIONE SOCIALE.

IL SEGNO DELL’EVOLUZIONE DEMOCRATICA

Nelle pagine precedenti si accenna che in varie parti del pianeta stanno spuntando i primi germogli di una democrazia di partecipazione. Nei luoghi ove sono eletti governanti o amministratori più progressisti, varie decisioni che riguardano la comunità territoriale sono prese in concertazione – è un grande passo in avanti – con gruppi e comitati di cittadini.
Questi, con tale sistema, puntano soprattutto al riconoscimento dei diritti, ma non entrano nelle strutture del potere.
Alcuni newglobal si domandano se è possibile cambiare il mondo senza il potere. Certamente abbassando il potere si può cambiare in meglio il mondo; questo in un certo senso la partecipazione lo fa, ma fino a che punto può arrivare?
Va tenuto presente che i comitati e le assemblee di partecipazione in genere sono composti di un numero limitato di persone: col tempo la loro presenza può diradarsi oppure possono entrarvi elementi di disturbo o individui che portano avanti interessi particolari di gruppi economco-politici ‘distorti’, che cercano di sminuire o travisare lo scopo iniziale dei comitati, col pericolo di un’involuzione del sistema.
D’altronde molti governanti non sono favorevoli alla partecipazione, altri, pur favorevoli, possono essere sostituiti col tempo da politici contrari, altri ancora, pur progressisti, non vogliono un’evoluzione delle strutture democratiche giacché ci sono già loro che promuovono i diritti, altri sostengono che la massa è incapace di decidere, per cui le strutture vanno mantenute come sono.
Il grande anelito a un mondo più giusto, le manifestazioni per ottenere i diritti fondamentali, la lotta nonviolenta per la pace, la partecipazione per risolvere i problemi dell’ambiente, della salute, della scuola, dell’energia, della fame e della sete del pianeta sono espressioni di una democrazia nuova, cui si contrappone il forte mondo neoconservatore. È assolutamente doveroso fare un passo ulteriore: alle finalità portate avanti ne va compresa una che è coronamento del tutto, il riconoscimento giuridico inalienabile della sovranità del popolo.
In genere i cittadini sono costretti a battersi per conquistare dei miglioramenti sociali, che però il potere molto spesso non concede. Tanto vale che i cittadini si battano soprattutto per conquistare il diritto di decidere loro stessi sui miglioramenti da realizzare.
CHI MEGLIO DEL POPOLO STESSO CONOSCE QUALI SONO LE SUE NECESSITÀ SOCIALI E LE VUOLE RISOLVERE NEL MODO MIGLIORE E PIÙ CONDIVISO?

Con questo nuovo e agile diritto il popolo tutto assieme, essendo SOVRANO PER ISTITUZIONE, può sempre disporre direttamente con effetto esecutivo e in tempi tecnici brevi, mediante la firma elettronica e il voto automatizzato, sui propri diritti, sui problemi sociali nazionali o locali da risolvere, sul comportamento inconcludente o logorante del potere, senza fare lunghe battaglie dispendiose. È il segno dei tempi. Senza tale struttura il popolo non ha voce in capitolo.
Faccio un invito sincero agli uomini di governo, che accettano la democrazia di partecipazione, che emanino leggi che riconoscano la piena sovranità del popolo. Non dormiamo sugli allori. Faccio un invito sincero ai giovani, alle donne e agli uomini di buona volontà, ai partiti, alle organizzazioni, ai movimenti, perché portino avanti nelle loro azioni, in ogni Stato, la conquista di questo moderno e fondamentale diritto, per il bene comune, per l’avanzamento della civiltà, per costruire il maggiore patrimonio sociale dell’umanità.

FORZA GIOVANI, QUESTO È IL MOMENTO!
Una nuova era si apre, un grande ideale di libertà e di vera uguaglianza permette a ciascuno di noi di decidere assieme, direttamente, sulle nostre esigenze sociali e sul nostro avvenire.
Un partito o un movimento di neoformazione, che non porti avanti con sicurezza l’istituzione della democrazia diretta dei cittadini, nasce già obsoleto; è un abbonato a vivacchiare o a dividersi.
È giunto il momento che noi cittadini prendiamo coscienza e insieme esprimiamo, con fermezza, la nostra autorità, la nostra forza e ricchezza intrinseca, per realizzare le immense potenzialità che abbiamo.
È giunto il momento per i popoli di essere i protagonisti nella conquista e difesa dei diritti civili e umani, nell’ottenere il pieno sviluppo dell’economia planetaria, nella liberazione dal bisogno e dall’ingiustizia, nell’escalation della pace, senza i vincoli del potere.
Tutti noi, uniti assieme, possiamo sferrare questa rivoluzione nonviolenta, ma così innovatrice ed efficace che fa nuove tutte le cose.

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CONSIDERAZIONI SUI SISTEMI POLITICI DEL XX SECOLO

Analizziamo sinteticamente le principali forme politiche del Novecento, soprattutto dal punto di vista del grado di democrazia raggiunto, cioè della possibilità del popolo, tutto insieme, di far valere e realizzare la propria volontà nel campo sociale, politico ed economico.
Gli Stati Uniti d’America, fuori dalle strutture soffocanti del potere presenti nella vecchia Europa, con idee avanzate in campo sociale per la favorevole accoglienza offerta agli immigrati di confessione riformata o indipendente, fanno prevalere col tempo un’ideologia di tipo capitalistico liberale basata sul successo dell’attività intrapresa, sul profitto, sulla posizione conquistata nella società, e, a livello politico, sulla difesa dei principi di libertà propri della democrazia rappresentativa. Grazie appunto a questa democrazia, con la riduzione del potere di governo a quattro anni – rinnovabile una sola volta e con la presenza di organi che controllano l’onestà del suo operato – col rinnovo ogni anno di un terzo dell’assemblea parlamentare, col divieto del monopolio privato in qualsiasi attività, gli Stati Uniti possono sviluppare in modo eclatante le capacità individuali e le imprese economiche (industriali, tecnologiche, agricole, dei servizi), offrendo all’iniziativa personale, alle idee e alla ricerca scientifico-tecnica d’avanguardia lo spazio e gli investimenti necessari per essere espresse liberamente. Il poderoso sviluppo che ne consegue attira gli investitori finanziari esteri e il dollaro diviene la moneta più forte, pur a scapito della bilancia commerciale USA.
Dal punto di vista sociale è molto curata ed estesa la formazione dei giovani sulla tecnologia avanzata. Gli stipendi in generale raggiungono i livelli fra i più alti del pianeta. La stessa flessibilità del lavoro dipendente costringe il lavoratore a essere sempre attivo e a migliorarsi, se non vuole perdere il posto; una parte delle persone ovviamente non regge il ritmo o è colpita da stress e, se non riesce, si trova nell’indigenza (10-15% del totale). I servizi sociali sono forniti, con qualche eccezione, dai privati, per cui solo chi può permettersi di pagare le relative assicurazioni può usufruirne; l’assistenza è a carico dello Stato solo per le persone con più di 65/70 anni di età.
Nel complesso gli Stati Uniti ottengono una grande produzione per qualità e quantità, tanto da diventare i più forti del mondo in fatto di ricchezza complessiva prodotta, di sviluppo industriale e agricolo, di alta tecnologia. Oggi possono influire in modo significativo sul resto del pianeta.
Gli USA aumentano le vendite dei loro prodotti inizialmente all’interno, per il benessere abbastanza diffuso e per il consumismo spinto. Le imprese, comprese quelle europee, utilizzano le risorse dei paesi meno sviluppati, risparmiando dapprima sui costi delle materie prime e poi, decentrando le industrie nel terzo mondo, sui salari. Sono provocati estesi e pericolosi danni ecologici per lo sfruttamento incontrollato dell’ambiente.
Negli anni Novanta, per allargare il loro mercato, puntano, attraverso le multinazionali e le grandi finanziarie internazionali, sulla cosiddetta globalizzazione, che, in linea teorica, consiste nel favorire il libero mercato e la crescita economica in svariati Stati del mondo in via di sviluppo o forniti di materie prime, in modo che, dando appoggio a governi di tipo democratico, vari strati della popolazione di questi paesi possano raggiungere, nel medio o lungo periodo, un determinato grado di benessere e divenire pertanto buoni acquirenti di prodotti, specialmente a tecnologia avanzata, di cui gli USA sono i maggiori fabbricanti.

NOTA: in generale, negli Stati dispotici sono meno tutelati i diritti di proprietà e sono più forti i rischi di espropriazione. Invece negli Stati retti da un sistema democratico rappresentativo è condotta una politica di apertura che agevola concorrenza e produttività delle aziende, attirando anche gli investimenti internazionali. I paesi a democrazia diretta poi attirano ancor di più i flussi finanziari, giacché sono maggiormente al sicuro da colpi di Stato di uomini ‘forti’.
Occorre impegnarci affinché non sia un favorire solo le classi privilegiate e gli Stati ricchi, poiché le grandi multinazionali stanno formando un’oligarchia a livello planetario per esercitare un potere centralizzatore a loro vantaggio sull’economia, sull’ambiente e sulla politica del mondo. Si susseguono manifestazioni di protesta, promosse tramite internet, a opera di volonterosi fiancheggiatori dei paesi e classi più poveri o comunque discriminati dalla globalizzazione, espressione nonviolenta di una nuova lotta per le rivendicazioni sociali e per una democrazia di partecipazione.
Negli ultimi tempi del Novecento si stanno radicalizzando gruppi estremisti violenti e frange fondamentaliste religiose, alcune che appoggiano, altre che si oppongono allo strapotere degli Stati Uniti e dei loro alleati. Gli USA cercano di imporsi con continue guerre locali nei paesi totalitari, soprattutto mussulmani o comunisti, per favorire governi ‘laici’ collaboratori. Secondo alcune fonti qualificate, anche del Vaticano, si stanno addensando nere nuvole foriere di una guerra mondiale.

L’Europa occidentale conquista anch’essa la democrazia rappresentativa e un certo benessere, ma legata ancora a retaggi del potere politico protezionista, pur con una buona produzione industriale, non può raggiungere i risultati USA, specie nella tecnologia d’avanguardia.
Le lotte sindacali e l’affermarsi di qualche forma di democrazia diretta, come il referendum popolare, facilitano lo sviluppo dello stato sociale, che raggiunge il suo massimo storico col welfare state. Negli ultimi lustri però la necessità di diminuire le spese statali e di finanziare gli investimenti fa sì che venga parzialmente smantellato il sistema assistenziale, mentre è dato impulso alla privatizzazione delle attività pubbliche.
In certi Stati europei la ricerca tecnico-scientifica porta a volte a risultati non sufficienti, essendo sottoposta a sfruttamento burocratico e non esistendo separazione netta, per carenze legislative o per situazioni di fatto, fra potere politico, potere economico, potere finanziario, potere informativo e proprietà della tecnologia avanzata. I ricercatori, anche in Italia, devono essere liberi e sostenuti solo in base alla validità dei risultati.
Discorso a parte merita la Svizzera, la cui costituzione prevede il referendum deliberativo e l’iniziativa popolare e, pur con governi molto stabili, il potere del presidente del consiglio dura un solo anno. Questo fa sì che le leggi siano a misura della gente, che in caso contrario le può modificare a proprio vantaggio. Con tale sistema gli elvetici raggiungono: la ricchezza pro capite fra le più alte del mondo, la gestione delle risorse e la qualità dell’ambiente le più sviluppate del pianeta, la disoccupazione più bassa del mondo, lo stato sociale e i servizi notoriamente efficienti, le pensioni pubbliche minime non possono mai essere inferiori alla metà delle massime, la quota di popolazione nell’indigenza ai minimi termini, ogni necessità o conflitto interni risolti direttamente dai cittadini col proprio voto.
Eppure all’interno della Confederazione vi sono 3 etnie diverse, 4 lingue diverse, 5 confessioni religiose diverse: potrebbe essere un altro caso di guerre intestine senza la democrazia diretta; da non dimenticare infatti che nei secoli precedenti al 1848, anno di nascita della nuova costituzione, si registrano frequenti combattimenti fra i cantoni stessi. Per ottenere leggi giuste, per difendere i diritti civili, per far fronte alle necessità pubbliche oggi non è necessario organizzare costosi gruppi socio politici, combattere lunghe battaglie sindacali, ricorrere più di tanto a ‘rappresentanti’ (potenzialmente corruttibili) per raggiungere determinati scopi: tutto è veramente semplificato, poiché è sufficiente che il popolo voti ed è immediatamente decisa la soluzione migliore e più condivisa da prendere in quel momento, in quel territorio, per la collettività. In Svizzera sono fortunati di avere la democrazia diretta: vi è meno dirigismo rispetto ad altri paesi e i cittadini possono facilmente far valere i loro diritti.

Torniamo all’Europa dei primi decenni del secolo XX: sorgono partiti politici che puntano sulla forza della propria organizzazione. Questa deve essere tale da abbattere ogni opposizione, anche democratica, al fine di affermare l’ideologia propugnata; i principali partiti con tale programma sono quelli comunisti-leninisti e quelli nazi-fascisti.
L’Unione Sovietica nasce così, a seguito del colpo di Stato effettuato dai bolscevichi guidati da Lenin. Della teoria di Marx “i beni di produzione debbono appartenere allo Stato e le decisioni spettano a tutto il popolo” Lenin accetta la prima parte, mentre ritiene che le decisioni devono essere prese solamente dai capi del partito comunista, essendo quest’ultimo alleato del popolo. In siffatto modo il gruppo dirigente diventa un forte centro di potere decisionale, a cui vanno dati beni e ricchezze, disponendone a sua discrezione per la collettività. Nel corso del tempo si svolgono cruente lotte intestine per la leadership, ottenendo in definitiva un centralismo assolutistico del partito unico.
Lo stato sociale raggiunge discreti obiettivi, anche se la sua efficienza lascia a desiderare. Il lavoro viene dato a tutti o quasi, gli stipendi sono bassi (eccettuati quelli dei dirigenti centrali del partito), l’inflazione non è assente, per acquistare cibo occorre sovente fare lunghe file. Discriminazioni subiscono i fedeli delle religioni o i dissidenti politici: a tutti costoro è vietato, fra l’altro, esercitare l’attività di dirigente, di insegnante, di militare di carriera, di studente universitario, ecc.
Come in tutti i centri di potere verticistici, gli arrivisti, i carrieristi, gli speculatori, i bramosi di potere o di ricchezza cercano nel tempo di occupare le cariche più importanti, generando alla fine una casta di burocrati che detiene il potere per loro stessi o per gli interessi di un gruppo particolare, annullando in pratica anche lo spirito originario del partito ‘alleato’ del popolo.
Nel campo economico, abolita l’iniziativa privata, viene realizzato in effetti un capitalismo di Stato: l’attività produttiva è programmata e diretta solo dalla burocrazia del partito, la quale decenni dopo porta al crac del sistema.

La Cina e altri paesi comunisti, visto il risultato dell’esperienza sovietica, cercano di correre ai ripari aprendo all’economia del libero mercato. Dichiara un primo ministro vietnamita: “la povertà (nel Vietnam i poveri sono il 30-40% della popolazione) non finisce mai se il governo continua a pagare sussidi a persone che non fanno nulla per migliorare la propria condizione”.
Questi paesi però lasciano inalterato ogni potere decisionale politico alla casta dirigente del partito di Stato, la quale, fra l’altro, guarda con diffidenza sia un progresso tecnologico che permetta maggiore libertà di comunicazione fra la gente sia qualunque struttura che possa sminuire il monopolio gerarchico centralizzatore. In fatto di democrazia rappresentativa restano quindi indietro rispetto ai paesi dell’Occidente. Tutto ciò comporta che qualche gruppo di capitalisti ‘rossi’, per la forza acquisita col produrre ricchezza, possa prendere prima o poi le redini anche del potere politico.
Da tener inoltre presente che vietando alle coppie di generare più di un figlio – pena la castrazione – la Cina tra alcuni decenni può manifestare grosse difficoltà economiche, giacché un numero relativamente esiguo di giovani deve mantenere un’enorme moltitudine di anziani. Annotiamo qui che nel secolo successivo il presidente Xi comprende l’importanza di ciò e porta a 3 il numero di figli cui ogni coppia può dar vita.

Dopo la prima guerra mondiale in svariati Stati, Italia, Germania, Spagna, ecc., sorgono partiti d’ispirazione fascista o nazista, i cui leader arrivano al potere grazie anche all’appoggio di grossi industriali, del padronato agrario, di capi di Stato, di alti esponenti delle caste militare, religiosa e politica. Tutti questi, dopo la caduta o l’indebolimento delle monarchie assolute, spaventati in particolare dalla potenziale influenza sulle masse del movimento rivoluzionario sovietico, guardano con preoccupazione le rivendicazioni dei lavoratori e desiderano pertanto sia ristabilito l’’ordine’.
I dirigenti del partito diventano i padroni dello Stato e della politica economica, ottengono l’approvazione del sommo pontefice Pio XI, un fautore del fascismo, stipulando accordi col Vaticano. Pio XI riconosce il duce come “l’uomo della provvidenza”, mentre il suo successore Pio XII considera il duce “il più grande uomo e tra i più profondamente buoni” (è un ateo ‘devoto’? – ndr) e un cardinale, vescovo di Berlino, definisce Hitler il più grande genio e il migliore uomo della Germania: se ne deduce che il popolo deve stare tranquillo, non ha nulla da temere con loro, anzi … ! Da qui le responsabilità dei sommi pontefici sugli appoggi che danno (i) e sulle pesantissime conseguenze.
Ogni fonte d’informazione cade in mano al potere nazi-fascista, è abolita la democrazia rappresentativa, i cittadini sono discriminati, anche con la violenza e il sangue. La brutalità burocratica del partito unico o la cieca ambizione di espansione guerrafondaia conducono alla morte di migliaia o di milioni di persone e, non sapendo perdere, portano spesso a una tragica rovina la propria e le altrui nazioni e al tracollo degli stessi regimi.

In Vaticano il sommo pontefice Pio XI teme il potere avverso dell’Unione sovietica, per cui favorisce più o meno apertamente, negli Stati europei a forte componente cattolica, la nascita di governi di tipo fascista o nazista, considerati un valido baluardo anticomunista, e concede loro il sostegno parlamentare dei partiti cattolici nazionali, “per difendere i valori della famiglia”, e il nulla osta a concordati di convenienza reciproca. Manda ‘in esilio’ negli USA don Sturzo, fondatore del partito popolare, pel fatto che questi è contrario a tale politica. Pio XI non si oppone alle continue guerre locali scatenate dai nazifascismi, ma la mania di Hitler di voler essere l’unico a comandare lo mette alla fine da parte o peggio, giacché il papa è contrario alle leggi razziali e alle efferatezze nazi.
L’eventuale guerra contro l’URSS, pur se portatrice di morte, è in pectore ritenuta giusta, poiché può abbattere l’impero del ‘male’. Difatti prima del brutale secondo conflitto mondiale il sommo pontefice Pio XII cerca di evitarlo (“tutto è perduto con la guerra”), ma poi invita gli italiani (luglio 1940) ”a fare il loro dovere e battersi per la patria”, e un suo nunzio apostolico deve confermare che ”quella guerra porta benedizioni e benessere al popolo!”. Anche le persecuzioni contro gli ebrei non sono condannate esplicitamente, in fondo sono una prosecuzione della veterana politica pontificia seguita per ben 1500 anni.
Nel frattempo in Vaticano sono coltivati Alcide De Gasperi e altri esponenti per lanciare, in caso di caduta del fascismo, un nuovo partito ‘cristiano’ che sostenga gli Stati democratici, probabili vincitori, contro il ‘materialismo’ sovietico. Il conflitto sta andando male per le truppe dell’ ‘asse’, che abbandonano l’Africa e in Russia sono in ritirata, così in occasione del bombardamento di Roma del luglio 1943 il sommo pontefice va tra la folla ferita invocando altamente la pace, ma questo lo fa dopo oltre tre anni di sanguinosi combattimenti.
Il Vaticano offre rifugio, nel periodo bellico, a ebrei e marxisti ricercati dai nazifascisti, tuttavia la ‘nostalgia’ permane anche dopo la guerra: è data protezione a vari esponenti nazisti (tra cui il colonnello delle SS Adolf Eichmann e il famigerato dottor Joseph Mengele), affinché possano fuggire di nascosto in America latina. Il sommo pontefice, per fronteggiare il comunismo in Italia, vuole che De Gasperi formi un governo coi successori del fascismo, ma lo statista rifiuta nettamente e quindi viene messo da parte (e ne muore di crepacuore). Anche all’estero, specialmente nell’America centro-meridionale, sono dati appoggi a governi dittatoriali locali contrari alle sinistre.
La storia si ripete, mutatis mutandis, pure oggi: la scaltra diplomazia vaticana ‘per difendersi’ favorisce sempre il potere più forte del momento (come quello nazifascista nel 1922 – 1942) sia esso democratico o grettamente conservatore o totalitario o altro, purché questo le garantisca un certo ambito di azione, una cospicua entrata finanziaria e possibilmente la lotta fondamentalista contro ideologie o religioni ‘alternative’ e contro le entità che le sostengono.

In parecchi Paesi del terzo o quarto mondo permangono governi dittatoriali di tipo analogo al fascismo o militare, che reprimono ogni esigenza socio economica della popolazione, appoggiati di frequente dalle ricche potenze capitalistiche occidentali, che in tal modo intendono proteggere i propri interessi locali.
Non mancano Stati con regimi totalitari di tipo religioso, come alcuni paesi mussulmani e, giuridicamente, il Vaticano.
Esistono casi particolari di piccoli Stati i cui cittadini, sebbene governati da una monarchia assoluta, economicamente se la passano abbastanza bene. Tipici sono il citato Vaticano e anche il Kuwait: ivi l’emiro ha quasi i pieni poteri, ma per non creare intralci agli ingenti interessi petroliferi delle multinazionali americane ed europee, che non gradiscono affrontare sommosse o rivendicazioni sociali, la popolazione è tenuta ‘tranquilla’. Come?
A tutti i cittadini kuwaitiani è offerto, oltre all’assistenza medica, all’istruzione e a una certa tolleranza religiosa, un impiego statale garantito – se non hanno un’attività in proprio – con uno stipendio minimo attorno ai 2.700 euro al mese. Sono in condizione non confortevole solo gli immigrati: pakistani, palestinesi, ecc., che svolgono lavori manuali e costituiscono oltre il 60% della popolazione.

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SCHEDE SINTETICHE

Una sintesi dei punti base delle principali forme politiche del XX secolo è riportata nelle schede numerate da 1 a 4. Tali punti sono perfettibili: ciascun lettore, se lo desidera, può migliorare o completare dette informazioni e comunicarcele. Ringraziamo sentitamente per la collaborazione.

Scheda 1 – Punti base degli Stati Uniti d’America

Punto base: Il rapporto dell’individuo con l’ideologia
Principi di libertà, profitto, successo, consumismo.

Punto base: Rapporto delle persone fra loro
Possibilità di sviluppo della personalità, una certa collaborazione, a volte discriminazioni.

Punto base: Rapporto comunitario
Democrazia rappresentativa, no a capi per oltre 4 anni (+4), federalismo, rinnovo di 1/3 dell’assemblea parlamentare ogni anno, liberismo, concorrenza, multinazionali, no ai monopoli, grande importanza a tecnologia e ricerca, forti investimenti, produzione elevata e di qualità, servizi sociali privati e solo per chi può pagarseli (eccetto > 65 anni di età), 10-15% in povertà, un certo sfruttamento di paesi meno sviluppati, guerre a difesa di interessi economici.

Scheda 2 – Punti base della Confederazione svizzera

punto base: Il rapporto dell’individuo con l’ideologia
Sovranità del popolo e dei cantoni,
cultura del lavoro e dello sviluppo sostenibile.

Punto base: Rapporto delle persone fra loro
Possibilità di sviluppo della personalità,
rapporto di fiducia, unità.

Punto base: Rapporto comunitario
Democrazia a decisione diretta politica,
no a capi per oltre un anno, federalismo spinto,
elezione diretta delle principali cariche politiche, giudiziarie, amministrative, ecc., liberismo, concorrenza, no ai monopoli privati,
importanza della ricerca, stato sociale avanzato, funzionalità dei servizi, benessere generalizzato, cultura dell’ambiente e della pace.

Scheda 3 – Punti base dell’Unione sovietica

Punto base: Il rapporto dell’individuo con l’ideologia
Ideologia del partito unico,
culto del capo e delle sue immagini.

Punto base: Rapporto delle persone fra loro
Obbedienza, uniformità, massificazione,
socializzazione delle persone,
controllo dei cittadini, in vari casi paura.

Punto base: Rapporto comunitario
Struttura gerarchica centralizzata, discriminazioni, tutti i beni sono proprietà dello Stato,
economia monopolizzata dalla burocrazia del partito, stato sociale: istruzione, lavoro, assistenza, pur se poco efficienti, sono per tutti,
importanza della tecnologia nel campo militare, appoggio a movimenti comunisti esteri.

Scheda 4 – Punti base del nazi-fascismo

Punto base: Il rapporto dell’individuo con l’ideologia
Ideologia del partito unico,
culto del capo e delle sue immagini, sacrificio.

Punto base: Rapporto delle persone fra loro
Obbedienza, uniformità, sospetto,
controllo dei cittadini, violenza, paura.

Punto base: Rapporto comunitario
Struttura gerarchica centralizzata,
gravi discriminazioni, sottomissione, economia anche in funzione del regime,
tecnologia avanzata specie per scopi militari,
guerre continue di conquista territoriale anche con inganni,
appoggio a partiti esteri di tipo fascista.

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